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Captain Fantastic (2016) – Pollicino era un grande
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Captain Fantastic (2016)

Sono le nostre azioni a definirci,  non le nostre parole.

Captain Fantastic

posterPer chi si occupa di terapia familiare, la storia del nuovo film di Matt Ross, ricorda tante altre storie, sebbene con tutte altre caratteristiche. Per questo mentre lo guardavo, e per altri si stava parlando di politica, natura, educazione, mondo hippie e primitivismo, io ci vedevo una famiglia in un momento di crisi con un membro che si prende la responsabilità di ergersi a elemento del cambiamento per tutti.

Ma partiamo dal resto e poi torniamo alla psicologia.

TRAMA – La storia di Captain Fantastic è quella di una famiglia fatta di moglie Leslie, marito Ben e sei figli dai nomi inventati per renderli unici. Una famiglia che vive di ideali diversi da quelli della maggior parte del mondo e così, la coppia di genitori, ha deciso che i loro figli, dal più grande in odore di Università al più piccolo di circa cinque anni, crescano senza le tentazioni e le idiozie del mondo contemporaneo ma nutriti di cultura, studiando la natura e le lingue, seguendo i dettami di una vita primitiva, senza luce, senza mangiar altro che quello che si caccia (o si ruba nei supermercati in una sorta di missione da esproprio proletario), facendo allenamenti continui per tenere il corpo in allerta e salute. Una scelta eccessiva ma guidata da saldi ideali, dove il nemico è il mondo commerciale e senza anima, chi si nutre senza scegliere, chi non ha pensiero critico, chi pensa solo al denaro.

Ma la madre ha dei seri problemi psichiatrici e si uccide lontano da tutti, perché nessuno l’ha seguita in ospedale e si è rimasti nel bosco dove vivono, tra candele e tende,  a distanza dal primo paese abitato. Il padre allora (un intenso Viggo Mortensen ), lasciandosi convincere dai figli, li porta tutti a prendere il corpo della madre, che aveva lasciato scritto di esser cremata, per dare all’amata la fine buddista che aveva chiesta e farne un rito familiare e non secondo le decisioni cattoliche del padre di lei. I genitori di Leslie, che parlano per lo più per bocca del padre (l’attore Frank Langella) incarnano quanto loro hanno sempre tenuto a distanza, tecnologia, soldi, potere.

Nel viaggio verso il luogo del funerale però i nodi verranno al pettine. I ragazzi, cresciuti poco più tecnologici Mowgli del Libro della Giungla, sanno tutto di filosofia, sanno la differenza tra marxisti, trotskisti, stalinisti, conoscono molte lingue (chiaramente anche l’esperanto) e recitano a memoria la dichiarazione dei diritti dell’uomo ma mancano di competenze relazionali. Sanno come uccidere un cervo, la scena iniziale del film è proprio il rito di iniziazione del figlio grande che da la caccia al malcapitato animale, festeggiano il compleanno di Noam Chomsky per evitare la commerciale favola natalizia ma non conoscono  nulla su come stare accanto agli altri ragazzi, sull’affettività, il corteggiamento e le regole vigenti tra le persone nel millennio. Come dirà Bo, non conoscono nulla di quello che NON è scritto nei libri e non lo è molto di quello che riguarda le relazioni. Si spaventano davanti ai corpi obesi dell’americano medio (“sono malati?”) e si dimostrano impacciati e incapaci davanti alla corte di una ragazza, il povero Bo, figli maggiore, ci regala una scenetta a dir poco esilarante.

Tutti sentono la distanza tra la loro utopistica famiglia chiusa e il resto del mondo, ma non riescono a cambiare una situazione che è anche l’unica  che conoscono, dove il volere paterno non si può contraddire (in molti momenti è assimilabile a quello di un tiranno assoluto) e pur riconoscendone i limiti, non mettono in discussione quell’unico legame che gli rimane.

Ed ecco il momento terapeutico. La famiglia, per curare se stessa, definisce il suo terapeuta nel figlio adolescente Rellian, che aprirà una fessura in quella famiglia chiusa, dichiarando l’eccesso delle loro regole, l’odio per il padre (e per la madre morte), manifestando le emozioni nascoste dietro la corazza intoccabile della idee, il tutto concretizzato in una scelta: andare a vivere con i nonni materni, gli antagonisti per eccellenza, la ricca famiglia dell’America opulenta. E da qui il cambiamento, che metterà insieme il vecchio e il nuovo per un equilibrio possibile che non sia rinnegare ciò in cui crede la famiglia, ma che la renda accessibile e permeabile al mondo.

Grazie alla crisi che Rellian mette in moto, la famiglia si ricompatta, il padre accetterà di raccontare il suo dolore ai ragazzi, il giovane terapeuta potrà perdonare i genitori e  nuove regole ed equilibri vengono definiti. Potranno affrontare la morte della madre uniti, accettando le debolezze del padre e la sua ammissione sulle scelte eccessive. Accetteranno di incontrare la realtà, anche se facendolo a modo loro, celebrando le ultime scelte della madre cantandone insieme la morte (una bella versione corale del successo dei Guns N’ Roses – Sweet Child O’ Mine – versione hippie), per poi tornare alla società, ugualmente critici ma meno eccessivi. Li aspetta una serie di trasformazioni,  un avvicinamento (quanto possibile non lo sappiamo) con la società come la conosciamo, la scuola, le persone. Il figlio grande Bo, potrà viaggiare e forse andare all’Università (con la preparazione che aveva lo hanno accettato tutte) e gli altri potranno uscire dai boschi, mantenendo forte il legame con la natura e l’autodeterminazione e autoproduzione ma pur sempre con occhio verso un futuro tra la gente “normale”.

Certamente lascia delle domande questo film, amaro e capace di farci comprendere, almeno in alcuni punti, le scelte di questi genitori che non vogliono educare i loro figli lontani dalla natura, dal contatto e dal rispetto con le altre forme di vita, conoscendo la storia del mondo più dell’uso della play. Ma è questo che fanno le utopie, seducono, coinvolgono e poi feriscono con la loro poca aderenza al possibile (almeno nella loro versione pura).

Pollicino: Come sopravvivere al mondo moderno?

L’Orco: Un genitore eccessivo nel seguire ideali più per se stesso che per la famiglia

L’arma segreta: L’incontro  e la scelta, cercando di creare un mondo possibile.

Marzia Cikada
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