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Volevo fare la Psicologa , oggi lo sognerei ancora? (C'è chi dice meglio di NO) – Pollicino era un grande
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Volevo fare la Psicologa , oggi lo sognerei ancora? (C'è chi dice meglio di NO)

Noi soffriamo per i sogni. Noi guariamo con i sogni.
Gaston Bachelard

psicologia.jpegErano gli anni ’90, la musica era terribile e per non arrendermi alla dance ascoltavo cose che non potevo condividere quasi con nessuno. Al cinema si insisteva con i vari Vacanze di Natale e c’era chi piangeva per Titanic e chi, a gran voce, diceva di non andare a vedere  Trainspotting. Ci si sentiva ricchi con una carta telefonica in tasca e moderni se si comunicava tramite MSN o ICQ. Esistevano i floppy disk e le lire, la società cambiava radicalmente giorno dopo giorno e io avevo un sogno. Volevo fare la psicologa.

Non sempre si capisce di avere un sogno. Il mio camminava sotto pelle e spesso se ne stava celato dalle voci degli altri, quelle che “fai economia che si trova lavoro…”, ma anche quelle che “studiare è una perdita di tempo, lavorare subito, questo è necessario…” Io non lo sapevo eppure, ancora prima di iscrivermi a quella facoltà, ero una psicologa. Cercavo il senso, mi meravigliavo nel leggere le storie, investigavo la realtà alla ricerca delle connessioni che potessero renderla meno gravosa, meno reale in alcune occasioni, sopportabile se non piacevole, per me e per chi avevo intorno. Ancora prima di pensarci sul serio, leggevo testi bizzarri di gente curiosa, che poi scoprivo essere psicologi, psicoanalisti, terapeuti. Mi emozionavano, facevano brillare qualche luce dentro di me che mi faceva sentire al posto giusto, lì mentre leggevo quella storia. Così, sono passata dall’idea di iscrivermi a Lettere al voler fare la psicologa.

Non ci ho mai più ripensato. Per lo meno, non seriamente. E dire che, anche durante la fila fatta in segreteria per l’iscrizione, durata almeno 10 ore, di certo avrei potuto ragionevolmente farlo. Ma se si riesce a fare una fila senza il solo pensiero che si sta perdendo tempo, si incontrano tante speranze e volti interessanti, così in quelle 10 ore non mi fermai a riflettere.

Sono passati anni e poi anni ancora. Una laurea, la scoperta della clinica, una specializzazione, la ricerca del lavoro, mettere da parte il lavoro, cercarne di nuovo in un posto tutto diverso.

Ho anche smesso di fare la psicologa per un po’. Me lo chiedeva la mia vita. Eppure continuavo a sognarlo quel mestiere difficile ed appiccicoso, me lo ritrovano nel modo di pensare, nello sguardo quando guardavo un volto scavato di tristezza, nella lucidità con cui saltavo a piè pari certi tentativi maldestri di manipolazione, nel desiderio di sentire l’utilità nel far andare bene le cose. Cambiava la musica (ma quella che mi piaceva era sempre poco girata in radio), i film emozionavano e indignavano sempre, i media rischiavano di diventare padroni della vita di tutti e io sognavo ancora di fare la psicologa. Così ho ripreso, con la testardaggine di chi ci crede e la fortuna di chi la cerca nei posti e nelle persone giuste. Oggi? Oggi sono quello che volevo essere e lo sono come mi piace (che significa sempre perfettibile e in cerca di miglioramenti ma nella direzione giusta per me).

Per questo ci credo ancora nei sogni, nei miei e in quelli di chi sa sognarli il giusto, coniugandone i colori sgargianti con la realtà, talvolta tutt’altro che accogliente, ma non proprio una matrigna crudele, piuttosto una belva feroce che è ancora possibile addomesticare, a farlo con le buone maniere. Perchè in fondo, la b.pngrealtà, è ferita anch’essa, da maltrattamenti, dolori, incapacità e silenzi che non sono riusciti a costruire quel futuro che sarebbe potuto essere.

Ma il presente che abbiamo è comunque il migliore sul mercato ed è nostro compito renderlo presentabile. Ho visto dei sognatori in questi mesi, giovani studenti di psicologia, giovani psicologi che cercavano un segno, una sfumatura, una parola buona a cui aggrapparsi e da cui partire per dare spazio al loro sogno. La cercavano ovunque, perchè ne avevano necessità. Sapevano e sanno che, se non la trovano, quella parola capace di rassicurare, perderanno il sogno e quindi il tempo, il sorriso, la fame di una vita immaginata e sentita possibile. Sanno, in cuor loro, che è meglio rischiare di fallire, che stare fermi o seguire le indicazioni degli altri.

E mentre loro cercano, cosa trovano? L’amarezza di chi non è riuscito, la freddezza di chi è riuscito, ma quando il mondo  era diverso dal nostro, e non ha mai aperto la finestra per vedere se il paesaggio, col tempo, fosse cambiato, il lamento che si ferma a fare un giro su se stesso per evitare di impegnarsi a cambiar qualcosa e poi trovano un articolo dell’AUPI (Associazione unitaria psicologi italiani) che gli dice di smetterla, fare altro, così ragazzi miei “evitate il calvario“.

Che poi è anche vero. In parte. Ma è l’altra parte che mi spaventa. Perchè mi fa pensare a Confucio e quella sua storia di pesci e pescatori. Più o meno diceva così:

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.

Insomma, finché c’è stato abbastanza pesce “facile” lo psicologo ha mangiato ma oggi è tempo di pescare e nessuno si è mai preso la briga di insegnargli ad usare il necessario. Non si è creato l’habitat giusto, non si  è pasturato. Non si è fatto vedere, o suggerito, come in alcuni casi può bastare una canna di fiume abbastanza solida per portarsi a casa la cena mentre, in altri, è necessario avere una canna attrezzata e la giusta tecnica di pesca, dipende dal risultato che si vuole ottenere.

Io ai sogni ci credo, ma la mia fede si nutre di certezze e di azioni, non spera e non guarda in alto aspettando di vedere una stella cadente (che poi fa anche quello ma per sollazzare lo spirito e riempire le serate estive) e i sognatori mi danno fiducia perchè sono ricchi di visioni e una visione appassionata, se calibrata sulla realtà, può trasformarla.  apPer questo da sola, nel mio piccolissimo, o insieme ( che viene meglio) all’Associazione di cui faccio parte, Altrapsicologia, mi adopero per chi vuole fare lo psicologo e oggi si fa tante domande. Ma anche per chi già lo ha scelto per mestiere e ha scoperto che i dubbi non gli mancano. E poi,  il mondo della politica professionale non è male come a volte  lo dipingono. Anzi. Si scoprono nuovi mondi, si conoscono persone in gamba, si impara a fare cambiare le cose un poco alla volta ma con costanza.

Ma torniamo a noi. Io ho poche risposte e sempre nuovi dubbi e questioni, eppure sono certa che si possa fare. Ne sono così tronfiamente certa che lo faccio persino. Cosa? Costruire, proporre, accompagnare, realizzare quel sogno/progetto che portiamo con noi. Lavorare in team, come facciamo in Altrapsicologia è un impegno a tempo pieno ( e se ci mettiamo anche quello passato in studio stiamo a due impegni a tempo pieno). E’ faticoso, spesso frustrante, sovente divertente, stimolante, in altri casi demotivante ma mai abbastanza da dire, “continuate voi, io mi fermo qui”. Perché la forza di un gruppo è capace di stordirti e di darti la consapevolezza che quello che sai immaginare possa davvero diventare reale, se ti adoperi onestamente allo scopo.

E tutto questo è possibile perché se lavori con persone che sanno sognare con i piedi per terra, scopri che le cose accadono, meglio, le puoi fare accadere. Per questo, ultimamente, ci stiamo dedicando proprio al futuro degli psicologi, non ne siamo terrorizzati sebbene lo si ritenga preoccupante, ma ce ne stiamo occupando perchè sentiamo che eppur si muove e un po’ come Archimede, che mi permetto di parafrasare perchè è estate e non saranno in molti a leggere questo blog, pensiamo che “dateci un punto d’appoggio e solleveremo la Terrao anche solo la professione nel nostro territorio, che siamo pur sempre umili psicologi e strizzata nella tutina della Super Eroina non sarei, ammetto, granché. 

Oggi siamo nel 2016, vado al cinema troppo poco ma sempre con piacere, la musica alla radio mi fa spesso venire voglia di urlare, WhatsApp ha preso il posto degli SMS, i Social sono pane quotidiano e io ho un sogno. Voglio continuare a fare la psicologa (cercando di farla dignitosamente). Anzi, ammetto che invecchiando ne ho coltivati tanti altri di sogni e, uno di questi, è che voglio che chi ha le carte in regola per farlo con me, dopo di me, per farlo e basta, possa costruire la sua professione con la stessa leggerezza e lo stesso impegno che mi è stato concesso (e mi sono permessa) di incontrare sulla mia strada. Con questo augurio affronto l’estate.

(Che poi quanto scrivo qui vale per tutt* i sognatori, mica solo per gli psicologi)

 

Marzia Cikada
6 Commenti
  • Alberto Idone

    Ho letto con attenzione il tuo articolo e l’ho trovato molto pertinente per la nostra generazione di psicologi e psicoterapeuti. Riuscire a coniugare l’idealismo che, volenti o nolenti, rimane alla base del nostro lavoro con il pragmatismo e l’aderenza alla realtà quotidiana (compresa quella lavorativa) rimane sempre un esercizio dalla dialettica a volte un po’ faticosa ma imprescindibile. Mi trovo spesso a pensare al futuro della nostra professione, talvolta forse cedendo alle tendenze “sindacalistiche” che paiono essere una facile scappatoia per una spendibilità lavorativa che nel settore pubblico non può (e potrà sempre meno) trovare collocazione. Immagino che spetti a noi costruire un ponte tra la precedente generazione (con la quale sussiste un silenzioso conflitto), fatta di stabilità e utilizzo delle risorse pubbliche con la nostra, forse fatta di maggior ricorso al privato e maggiormente votata al lavoro di gruppo, senza dimenticare chi verrà dopo di noi (i futuri psicologi). Ce la faremo? Penso proprio di si. Complimenti per il sito, un saluto da un collega torinese.

    5 luglio 2016 at 14:31 Rispondi
    • Dott.ssa Marzia Cikada

      Ce la faremo. Quanto meno faremo fino a farcela 🙂 Grazie per il prezioso contributo Alberto.

      6 luglio 2016 at 9:47 Rispondi
  • Michela

    Un articolo motivante. Grazie di cuore

    5 luglio 2016 at 16:21 Rispondi
  • Gian

    Cara collega, non si può più non essere d’accordo con quanto affermato dall’Aupi,in questo caso. Mi riconosco molto, e penso possano dir lo stesso molti colleghi, nella tua descrizione di psicologo sognatore. Ma i dati sono inequivocabili e sconcertanti, continuano a fioccare i corsi di psicologia in tutta Italia per un lavoro che non esiste o quasi. Si tratta semplicemente di adeguare il numero di iscrizione alle richieste della realtà lavorativa come già fanno infermieri, medici, fisioterapisti, farmacisti, ecc. Altrimenti dovremmo ammettere che il futuro degli psicologi è quello di formare i nuovi psicologi, soggetti ridotti a consumatori di corsi di formazione, scuole di specializzazione, master, ecc. Sostengo da sempre Altra Psicologia perché mette al centro la tutela della professione. Non si può, però, parlare di tutela della professione senza limitare immediatamente e fortemente il numero di iscritti alle innumerevoli facoltà di psicologia.
    Ti ringrazio per gli spunti di riflessione che hai dato.
    Un giovane collega psicologo

    5 luglio 2016 at 17:33 Rispondi
    • Dott.ssa Marzia Cikada

      Ringrazio te per il tuo parere, Gianmaria.
      Come scrivo e come agisco, credo che ci siano stati tempi e modi per adeguare la professione al cambio di prospettiva che oggi abbiamo inequivocabile davanti agli occhi. Da libera professionista so bene che le strade sono spesso da inventare e da rendere poi tracciate sulle mappe, so anche che si comincia solo ora ad adeguare i colleghi ad affrontare un percorso non lineare come poteva esserlo anni fa. Di certo i discorsi da fare sarebbero tanti e per quanto grande sempre un Pollicino è questo Blog 🙂 ma sono d’accordo sul fatto che formare psicologi (o vendergli sogni impossibili) non è la soluzione.

      6 luglio 2016 at 9:54 Rispondi

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