Top
Annie Parker (2013) – Pollicino era un grande
fade
13307
post-template-default,single,single-post,postid-13307,single-format-standard,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

Annie Parker (2013)

Mai cedere il controllo. Dirigi la tua vita. Convivo con il cancro da quasi un anno. È come una condanna a morte secondo la maggior parte della gente. Ma tutto sommato, fin dalla nascita abbiamo una condanna a morte. Quindi a intervalli regolari vengo qui e a fare i miei controlli, sapendo bene che una di queste volte… magari anche oggi… mi daranno brutte notizie. Ma finché non accade… La mia vita la dirigo, Io. Non ne cedo il controllo.
Dalla serie TV “Breaking Bad”
 

Capita che in cinema si occupi della vita e della morte, della sofferenza ma anche di dare un messaggio, di attirare l’attenzione di tutti su temi delicati che hanno bisogno di cura e sussurri, per la fragilità e la violenza allo stesso tempo, dell’argomento che toccano. Come quando si parla di salute femminile e di tumore al cancro.

Una parte dell’incasso del film  di cui sto per parlare, per esempio, sarà devoluta a sostegno dei progetti dell’associazione Susan G. Komen Italia e le intenzioni dell’iniziativa sono proprio quelle di promuovere l’attenzione sul cancro al seno e i suoi numerosi significati nella vita di tante donne. Parliamo del film, girato come un docufilm,   “Annie Parker” del regista  Steven Bernstein vuole essere un faro che illumini su un mondo spesso in ombra, commuovendo ma anche muovendo le persone per informarsi e prendere posizione su un tema delicatissimo.

Il cast di tutto rispetto (Helen Hunt, Samantha Morton, Aaron Paul, Alice Eve, Rashida Jones) si muove per raccontarci la storia di molte donne e lo fa attraverso una speciale di loro, Annie Parker.

Annie è una donna canadese che conosce la paura e la morte per tumore al seno.

Sin da bambina vede morire intorno a se le donne che ama, la madre e poi la sorella e una cugina, e il nemico è sempre il tumore.  Siamo negli anni 60 e la sofferenza di questi lutti, spinge Annie (Samantha Morton) a fare del tumore la sua missione e allo stesso tempo una ossessione. A 29 anni, fresca di matrimonio, scopre di avere un nodulo al seno sinistro, facendo autopalpazione e inizia il suo percorso per la vita, tra operazioni, ritorni, paura ma anche molta ironia, arma utilissima per affrontare il male che si vive e per resistere agli attacchi della malattia. Il film è la storia della sua battaglia, non solo per la vita e contro il tumore, ma contro un universo intero, quello medico-scientifico, quello che non crede che ci siano fattori ereditari e di familiarità con il cancro ma che tutto nasca dal caso, anzi da quella che chiamano una “sfortunata coincidenza“.

Insieme alla storia di Annie, scopriamo quella della dottoressa Mary-Claire King (Helen Hunt), che muove i primi passi per la ricerca di connessioni di tipo genetico, scoprendo l’esistenza del legame tra il gene BRCA1 e il cancro al seno. Si tratta dell’inizio della storia dell’odierno test genetico che serve a  scoprire l’alterazione di questo gene ereditario a scopro predittivo ( in poche parole il test venuto alla ribalta perchè utilizzato dall’attrice Angelina Jolie per decidere di procedere ad una mastectomia preventiva) e di cui Annie è stata una delle prime fruitrici.

Quella di questo film è la storia di due donne forti, determinate e passionali, che anche se sole in un mondo medico e culturale che arranca, non si arrendono e vanno avanti, ci credono per tutti e questo gli basta,nutrono comunque una grande fiducia   nella scienza.

Il film ci porta a riflettere sul tema della malattia, quella del tumore al seno, che colpisce solo in Italia una donna su 10 e che segna un maniera definitiva, sia in positivo che in negativo, le vite di moltissime donne e famiglie. La malattia ci lascia tutti impotenti, anche perché il cancro non si annuncia mai. Spesso arriva senza sintomi e quando viene “scoperto” distrugge tutto a partire dal proprio modo di vedersi e pensare. Le donne colpite non riescono a rendersi conto subito di cosa stia accadendo. Si sentono bene e molto spesso, quando invece si scontrano con la diagnosi, vivono uno stato, pur momentaneo, di profonda disorganizzazione accompagnata da pensieri diversi, sofferenza, incredulità, pessimismo, dolore. Il panico arriva in fretta per chi deve accettare un’operazione forte, una vera e propria mutilazione vissuta con angoscia, pensando spesso che  “non sarò più una donna”. Se uniamo a questa angoscia anche il pensiero della morte, possiamo comprendere come sia necessario in questi casi, fare attenzione e trattare con delicata cura le donne malate di tumore, quelle che vedono il loro corpo in preda alla malattia, che pensano alla morte, che vivono la diagnosi come un trauma insuperabile.

Perché, specie in forme tumorali come quelle del cancro alla mammella, la donna viene attaccata su tre piani, quello fisico ma anche quello della femminilità/erotismo, della maternità e dei significati che, anche a livello simbolico vengono attribuiti a questa parte del corpo in particolare.

Inoltre viene aggredito tutto il piano relazionale, molte coppie non riescono a superare il dolore di un trauma come quello di un tumore. Ma non si tratta sempre e solo di poco sentimento o empatia, non sempre l’amore riesce a star vicino a chi soffre di tumore. La paura, il dolore molti aspetti della malattia spingono alla fuga anche persone onestamente legate alla donna, manca la forza, non si riesce. Se star vicino può fare molto,  non può curare le paure individuali e della coppia stessa.

Per questo è forte la necessità di un sostegno professionale, psicologico, serio,  non solo alla donna ma anche al suo  contesto famigliare e alla persona che è vicina sentimentalmente a lei. Perché anche dopo l’operazione del caso, seppure tutto vada bene, bisogna affrontare quello che questa ha comportato, la totale ricostruzione dell’immagine di sé, un processo lungo che ha bisogno di tempo prima di riconquistare una piacevole quotidianità. E’ infatti l’adattamento il primo nemico delle donne che sono state malate. Bisogna accogliere il vissuto che si porta il tumore ma anche l’intervento che ne consegue e la paura che il male ritorni, così come deve essere accompagnato anche un possibile intervento di ricostruzione che passa anche per l’eventuale chirurgia ricostruttiva che cerca di rimettere insieme i pezzi di una immagine ferita dalla mastectomia (nome tecnico dell’asportazione del seno). Chiaramente la qualità della vita di una donna che ha vissuto un tumore può essere buona e molte storie, anzi, riescono a trovare nella malattia una chiave di svolta per scrivere o riscrivere tutte le priorità e i desideri per una vita soddisfacente e sorridente. La serenità, però, si raggiunge dopo tempo e  con fatica, passando per un lavoro personale ma anche di coppia, facendo spazio, con passione, ad una nuova vita fatta di salute ma anche di autostima e sessualità.

La lezione di Annie è preziosa proprio perché non ha mai smesso di lottare e nella sua storia con il cancro, anzi i ripetuti tumori, ha sempre saputo mantenere il sorriso e la gioia di vivere, elemento fondamentale per la buona riuscita di ogni combattimento. 


Pollicino:  Le troppe donne che sono state aggredite dal tumore al seno

L’Orco : La paura della morte, la fragilità delle relazioni, la sofferenza L’arma segreta : Il sorriso, le scoperte scientifiche, il sapersi far aiutare

Marzia Cikada
Commenti

Scrivi un commento