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La Sindrome del "Mal Comune, Mezzo Gaudio" Una sfida anche per gli psicologici? – Pollicino era un grande
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La Sindrome del "Mal Comune, Mezzo Gaudio" Una sfida anche per gli psicologici?

Prima riflessione. Su Facebook si fanno esperimenti sul contagio emotivo. Spieghiamo. Pare che visualizzare messaggi positivi sui social aumenti di rimando le emozioni positive e, viceversa, emozioni negative trasmettano le negative. Si tratta di una analisi tratta da 122 milioni di parole, 4 milioni positive e  1,8 milioni negative. In effetti, è noto che le mie emozioni hanno il potere di influenzare l’altro in maniera relativa al loro contenuto, sono di buon umore? Ti rendo più allegro. Sono terribilmente irritabile? Ti comunico e tu fai tua, la mia ansia e il mio nervosismo. Tutto ci aiuta in questo. Non solo le parole, ma come le diciamo, il nostro sguardo, il tono di voce, come muoviamo braccia e mani, come camminiamo o siamo seduti.

Se da bambini si impara facendo proprio l’esempio dell’adulto (ricordate il video molto chiaro, già discusso in questo blog, “Children See, Children Do” ? Tradotto significa semplicemente che i bambini vedono e poi fanno quello che vedono) non cambia poi moltissimo da “grandi”. Specie se l’insegnamento dato è che meglio volare basso. Il bisogno di appartenenza, di sentirsi “come” influenza non poco le intere comunità, anche quelle professionali. Ma cosa significa, in un mondo di “come” provare ad essere, anche di poco, diversi? Magari attivando delle risorse presenti naturalmente in ognuno di noi, o provando a seguire aspirazioni ed esempi propositivi e attivi piuttosto che consolidate notizie di fallimenti e impossibilità ad agire.

Altra riflessione. Agire significa essere responsabili. Specialmente se le azioni che portiamo avanti sono scelte e costruite non sulla base del “così fan tutti” ma su proprie intuizioni, bisogni, aspirazioni. Ma la responsabilità costa fatica. Per questo sovente, se qualcosa va male, è preferibile ( più facile) dare la colpa a fattori esterni a noi stessi. Ne parlava dagli anni 50, lo psicologo americano Julian B. Rotten definendo il concetto di Locus of control interno o esterno. Se sono capace di vedere in quello che è la mia vita, il mio “zampino”, cioè il potere dei miei comportamenti, sia che portino a risultati piacevoli che spiacevoli, allora utilizzo un locus of control interno (” Sono stato capace”, “Ho fatto in modo che..:”). Se il mio locus of control è esterno, questo significa che gli eventi della mia vita li vedo per lo più come il risultato di quello che è fuori di me, quindi della fortuna, del destino, di “questi tempi”, degli altri. Se è chiaro che dobbiamo la giusta causa alla giusta situazione, non è colpa mia se piove e non è destino se un colloquio di lavoro va bene, queste definizioni mi permettono anche, nel caso io riesca a sentirmi protagonista delle mie scelte, di prendermene e appurare il peso della responsabilità di fare.

Cosa ci dicono queste due riflessioni insieme? Che imitare l’atteggiamento spesso declinato a suon di disfattismi e definire “questi tempi” come un momento in cui  è impossibile agire in maniera propositiva, porta anche persone dotate di talenti e risorse a fare proprio un rassicurante mal comune, che non rende la propria vita del tutto soddisfacente ma, almeno, non grava con le responsabilità di fare mosse diverse.

Si esercita quindi, soprattutto in molti giovani, una sorte di astensionismo dal futuro che lascia il potere in mano ad altri rispetto al proprio progetto di vita, spegnendo la possibilità di avere una prospettiva diversa davanti. Certamente, non è facile mettersi in condizione di fare e molto spesso la situazione è di oggettiva difficoltà, ma questo vale davvero la scelta di un rassegnato immobilismo su posizioni altrui?

Ridefinirsi è un processo che parte dal primo passo che ci permette di vedere altro, tutto nostro, che si vuole sia nel proprio futuro. Sia un lavoro diverso, una relazione diversa, un diverso modo di mangiare o viaggiare. Cercare risposte originali e personali, dando senso di efficacia a quanto si pensa e desidera, è un inizio che si trova a metà della strada, perchè i cori che chiedono ogni giorno a moltissimi di noi di fermarsi, non “rischiare” di uscire dall’ovvio, di non provare a fare quanto si vuole, fosse la più piccola delle cose, perchè è “scritto” e deciso diversamente, questi cori sono compatti e spesso ben radicati nelle orecchie di chi ascolta.

E’ un buon motivo per non provare? Anche i giovani colleghi che si affacciano, ogni anno più mestamente, al mondo della psicologia troppo spesso sono rassegnati al fatto che non ci sarà mai lavoro per loro. Molto spesso sarà vero. Molto spesso no.

Chi riesce ha spesso molto poco di diverso da chi non riesce. Si tratta di piccole qualità, di abilità speciali ma soprattutto, di capacità di prendersi responsabilità rispetto al proprio futuro, guardando dove altri non guardano, creando dove gli altri lamentano impossibilità di costruire, sognando dove gli altri valutano solo i dati in negativo, contagiati da un atteggiamento che vede il mondo solo com’è.

Ai giovani colleghi, ma non solo, vorrei stuzzicare la libertà di essere altro, di cercare il loro modo di essere al mondo, di fare progetti in grande e amare poi anche i piccoli risultati, di puntare sullo straordinario e godersi la grande responsabilità che la libertà offre, quella di creare, realizzare, fare. E quando parlo di straordinario parlo proprio di fuori dai canoni, di pensare al rovescio in un mondo troppo dritto. Come consiglia l’esperto internazionale di marketing Seth Godin nel suo testo “La Mucca Viola”  che spinge a cercare di essere visibili grazie alla possibilità di essere speciali, appunto una mucca viola in un mondo di mucche marroni. Certo la responsabilità fa paura.

Mettersi in gioco non è facile, a volte ci vuole un aiutino, a volte si punta persino troppo in alto, ma la misura giusta deve poi trovarla ogni singolo individuo. Fondamentale sapere, consapevolmente, che non è possibile aspettarsi un roseo oggi se ci si sveglia sempre di cattivo umore. Come dice un proverbio cinese:

“Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.”

L’estate che stiamo vivendo potrebbe essere quella buona a trasformare “questi tempi” nel tempo di ognuno di noi, buona ricerca del fantastico che c’è.

 

Pollicino:  La persona perduta in un mare di disfattismo

L’Orco : Le sabbie mobile del “mal comune” portato all’eccesso

L’arma segreta : Lo straordinario, piccolo o grande che sia,  che alberga in ognuno, a cui da voce con attenzione  e responsabilità.

 

Marzia Cikada

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