Top
Quando il Lupo siamo noi! Salviamo l'Infanzia di Cappuccetto. – Pollicino era un grande
fade
1533
post-template-default,single,single-post,postid-1533,single-format-standard,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

Quando il Lupo siamo noi! Salviamo l'Infanzia di Cappuccetto.

Date ai vostri bambini l’infanzia più bella possibile, più favolosa possibile.
Luigi Santucci
 

I bambini una volta non c’erano, nascosti tra gli adulti erano un popolo invisibile, disegnato a matita, buono per lavorare e con pochi, nulli diritti. Poi sono stati “inventati”, ci siamo accorti che i bisogni che mostravano erano “speciali” che quello che rappresentavano era qualcosa di più della forza-lavoro, ci siamo permessi di provare emozioni per loro, di proteggerli dal freddo, dalla fame e dal lavoro. Abbiamo prodotto leggi che li tutelasse dal cattivo che pure esiste, abbiamo scritto, promosso, messi nero su bianco i diritti di tutti loro, fino alla Convenzione internazionale sui diritti dell’Infanzia, ratificata in Italia nel 1991 e presente, oggi, in quasi duecento paesi. Eppure sembra che ci stiamo di nuovo dimenticando di loro, rimettendoli in un angolo, nascondendoli, ferendoli, magari non facendoli lavorare ma usandoli come scusa per il profitto degli adulti.

E i genitori? Loro si trovano sempre più spesso spaventati, circondati da manuali che dicono cosa fare, come comportarsi. La maternità, la genitorialità diventano troppo spesso sigle, dati, risultati di test, qualcosa che viene tolto all’individuo, elaborato e restituito apparentemente uguale ma più lucente alla vista. Essere genitore sembra meno importante di farlo, secondo uno strutturato susseguirsi di fasi, passaggi, regole e consigli per gli acquisti. Ricco, in parte, di maggiori strumenti e conoscenze ma depauperato di una essenziale caratteristica, il bisogno di sperimentarsi, sia come genitore che come bambino. Di fare anche degli errori, di accettarli e migliorare.

Ma una cultura dello “standard”, soffoca spesso la capacità di determinarsi del genitore che si sente piccolo di fronte alla marea di consigli-diktat che arrivano da tutte le parti e a cui, diciamolo, a volte appare seducente capitolare, per risparmiare tempo, responsabilità e pensieri. Questa fragilità in tante famiglie insieme con il clima economico che si respira, porta alla luce preoccupanti segnali di sparizione del bambino come vita da proteggere e accompagnare per diventare target su cui contare per vendere, guadagnare, far prosperare il mercato. Due sono i segnali più spaventosi: l’uso sempre più massiccio di psicofarmaci anche in giovanissima età e l’ultima trovata del gioco d’azzardo.

Parlando di psicofarmaci non possiamo non riportare come negli ultimi decenni le case farmaceutiche abbiano visto alzarsi di molto le loro entrate in virtù di un numero sempre più alto di bambini “difficili”. Il consumo  aumenta per moltissimi farmaci e in moltissimi paesi. Non si tratta solo dei più conosciuti (come per esempio il Ritalin) ma di tutta una serie di farmaci che dovrebbero migliorare le prestazioni, calmare, sedare, insegnare chimicamente il controllo e non solo, con conseguenze pesanti sulla salute dei bambini e delle loro famiglie. Sembra sempre più facile prescrivere psicofarmaci ai bambini, l’età in cui si ritiene sia necessario il sostegno del farmaco si cerca di abbassarla mentre le quantità di farmaci vendute aumentano vertiginosamente, insieme a diagnosi di deficit di attenzione e iperattività (più conosciuta forse come ADHD, attention deficit hyperactivity disorder).

Si comincia a fare strada il “dubbio” che l’interesse non sia per il benessere dei bambini ma quello di chi produce i loro farmaci, parlando per esempio di come una di queste aziende, porti avanti una vera e propria “cultura del farmaco” tanto da farlo entrare nei fumetti per bambini, dove sono gli stessi supereroi a far notare ai piccoli che “i medicinali possono facilitare il fare attenzione” e controllarne il comportamento. Anche la somministrazione di psicofarmaci in terapie per l’autismo sono numerose, il 17% in Italia ( mentre negli USA un 64%), quanto poco chiare e senza nessuna certezza di efficacia, come si leggeva, tra l’altro, ad ottobre sul Corriere della Sera. Ma se l’efficacia è poco chiara è maggiormente visibile, lo sforzo di molti, ad appiattire ogni tipo di “malessere” ad uno scompenso di natura genetica e organica, togliendo molto alla complessità delle storie di tantissimi volti, riportando ogni tipo di disagio ad una cura farmacologica, come se la vita fosse pura matematica. Un esempio di questo movimento in atto è la trasmissione Rai “Disordini” protagonista di una polemica portata avanti da “Giù le mani dai bambini”, che segnala proprio questo aspetto eccessivamente medico nel trattare i  problemi dei minori.

Che con i bambini si guadagni non ce lo dice solo questo, non ce lo suggerisce solo la moda a misura di bambino, giochi sempre più complessi e non sempre così essenziali accessori ultramoderni per la loro crescita ( pensiamo che ci sono motori di ricerca dedicati a passeggini et similia) pubblicizzati come “non puoi crescerlo senza”. La peggiore delle notizie, forse, è di qualche giorno fa, segnalata da un  articolo sull’Espresso dove si parla di macchinette per il gioco d’azzardo pensate per attirare i bambini. Si chiamano “ticket redemption” e tutto, dal loro aspetto ai premi in palio, è pensato a misura di bambino. Una sorta di palestra per crescere i dipendenti di domani, dove i soldi non ci sono ma si vincono i ticket che poi si trasformano in premi. Benché il nesso Ticket Redemption/Gioco d’Azzardo vero e proprio sia criticato, chiaramente da chi le produce, l’allarme è sottolineato da un semplice fatto: l’aumento dei giocatori d’azzardo tra i giovanissimi, come si segnala nell’articolo da parte della ricercatrice Sabrina Molinaro (Istituto di fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche). I bambini quindi come ottimo target per il guadagno non solo immediato ma sul lungo periodo, con buona pace delle campagne contro le ludopatie e le dipendenze da gioco.

Dove sono finiti i bambini? Come è possibile che così spesso vengano nascosti, i loro bisogni lasciati indietro, le loro necessità ( in fondo semplici) soffocate dai bisogni dell’adulto e da un contesto sociale sempre meno critico verso alcuni suoi comportamenti, spesso sviati dal profitto di certi sabotaggi all’infanzia. Come la moda dei concorsi di bellezza o spettacoli per bambini, segnalata in un video e un articolo che lascia l’amaro in bocca. Bambine che già piccolissime vengono messe in mostra dalle stesse madri, insegnando loro lo stereotipo della donna che deve essere prima di tutto apparenza, costringendole a situazioni piene di sofferenza e falsi valori che saranno la loro storia ferita crescendo. Anche loro, nella perfezione del loro trucco da bambole, sono bambine e avrebbero bisogno di non cercare e lottare in quel modo per l’approvazione di chi dovrebbe proteggerle, accompagnarle a crescere, fargli forza per essere perfette come sono in un clima dove sembra essere possibile solo la perfezione, anche posticcia, ma brillante.

Carl Gustav Jung scriveva che “se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi.” I bambini sono perfetti nelle loro fragilità, hanno tutto quanto potrebbe servire per crescere e vivere nel benessere, difetti compresi. Ma più crescono, più hanno bisogno di credere di essere parte di qualcosa, di essere amati, di avere una guida. Imitano gli adulti per renderli orgogliosi di loro, sono pronti a sacrificare molto del loro genuino essere per avere anche solo la sensazione di essere visibili, di essere presenti nel pensiero di qualcuno. Eppure, si fa sempre più fatica a vederli come un prezioso pezzo di mondo da salvaguardare e da cui, semmai, imparare la vita nelle sue semplici regole.

Stiamo vendendo i bambini per paura di essere adulti imperfetti, mentre dovremmo piuttosto educarci, accettare la sfida del complicato universo dell’infanzia e togliere il prezzo da ognuno di loro. Crescere costa fatica, ma non può essere comprato. Guardare ai bambini significa imparare come contrastare cattive abitudini, costruire un migliore senso di comunità, ascoltarsi anche nelle difficoltà, prendendosi semmai la responsabilità di cambiare qualcosa. Abbiamo molto da guadagnare, d’altronde, come diceva il Mago di Oz “Non immaginavo che la bontà di una bambina avrebbe potuto distruggere la mia stupenda cattiveria!”

Pollicino:  I bambini, tutti i bambini.

L’Orco : Aver dimenticato il diritto dei bambini a crescere amati e protetti.

L’arma segreta :  Riportare i bambini ad essere bambini
Marzia Cikada
Commenti

Scrivi un commento