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Lo butto o non lo butto questo è il problema! La Disposofobia – Pollicino era un grande
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Lo butto o non lo butto questo è il problema! La Disposofobia

Buttate via, giorno per giorno, e senza furia, ciò che non merita d’essere conservato.
Arturo Graf
 

Le cose governano la nostra vita. Bisogna avere le cose, comprare le cose, consumare le cose, tenere le cose. Da una parte si parla di non sprecare le cose, dall’altra mancano delle cose. E alla fine, le cose sono diventate talmente parte della nostra quotidianità da essere una malattia, siamo malati di cose.

Ma cose cosa? Verrebbe da chiedere. Moltissimi tipi di cose diverse. Oggetti ma non solo, ricordi, cibo, souvenir, foto, piatti, spazzatura, cimeli o ammennicoli di diversa natura e tipo. Sono moltissime le cose che abbiamo imparato a tenere da parte, solo che spesso lo spazio è finito mentre sono ipoteticamente infiniti gli oggetti che potremmo conservare, collezionare, tenere con noi. La giornalista Mary Schmich scriveva nel 1997 “Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi conti correnti” ma oggi è qualcosa di più di un ricordo di passate tenerezze che finisce con il riempire tutto lo spazio possibile. Accumulare si trasforma spesso in un disturbo, una vera e propria patologia.

Le sue forme sono le più diverse. Si va dall’accumulare oggetti e cibo, a quella chiamata come la “Sindrome di Diogene” cioè il conservare rifiuti di ogni genere, anche di natura umana o cibo andato a male. Ci sono persone che non possono far a meno di riempire casa di animali, specie gatti, mettendo a repentaglio la salute propria e degli stessi non riuscendo a garantire una buona igiene negli spazi. Siamo di fronte al disturbo chiamato disposofobia o sillogomani ( in inglese compulsive hoarding) anche detta “sindrome della soffitta piena” e ritenuta una vera e propria manifestazione ossessiva.

La persona non riesce a buttare niente ma accatasta, mette le cose una sopra le altre, stipa in continuazione, finisce con l’avere casa piena di cose senza utilità né valore. Le cose che accumula sono talmente tante che finisce con il non poter usare normalmente la sua stessa abitazione, molto spesso non riuscendo neppure a restituire quanto gli viene prestato, dovendo sempre prendere qualcosa, anche a costo di rubarlo, senza potersi liberare, disfare di nulla. Tutto sembra essenziale, in maniera confusa la persona non riesce a far altro che accaparrarsi di tutto, ammassando qualsiasi cosa, senza una logica, molto spesso, solo per tenere il tutto pieno, colmo, anche quando costa fatica.

Si tratta, abbiamo detto, di personalità ossessive, che nutrono un attaccamento rigido alle cose e al bisogno di controllare tutto. Questo bisogno si manifesta non solo negli oggetti, ma anche nei sentimenti, nelle emozioni. Avere, accumulare, nel loro mondo diventa sinonimo di esistere, tenere tutto serve a mantenere un equilibrio, sebbene instabile. La paura è che qualunque cosa si potrebbe perdere, potrebbe portare via con sé qualcosa di fondamentale, un pezzo stesso della propria identità. Quindi lasciar andare, buttare, disfarsi degli oggetti diventa una minaccia, un pericolo che crea angoscia. Tutto deve restare sempre dov’è per potersi sentire ancora interi. Inoltre, la delicatezza di queste persone, li rende estremamente spaventati davanti ad ogni scelta da fare, evitano di dover scegliere cosa vale la pena tenere o meno e, nel dubbio se un oggetto sia davvero “sacrificabile”, si arriva a preferire il non scegliere, tenendo tutto ben stretto a sé, piuttosto di rischiare di fare a meno di qualcosa che potrebbe poi rivelarsi importante. Certamente, molto spesso chi soffre di questo disagio non lo vive in maniera consapevole e ci vuole del tempo perché si renda conto di quanto sta accadendo.

Molto spesso di incorre in questo tipo di problemi in età avanzata, dovuti ad un deterioramento cognitivo ma sono tra le cause anche l’educazione personale, storia familiare, un umore ansioso o depresso. Sono molti gli aspetti che concorrono a creare e rinforzare questo tipo di disagio. Pensiamo anche a quanta importanza viene attribuita oggi all’avere. Si è costruita tutta una cultura del possesso, del valore rivelato da quanto si ha, come se la propria identità prendesse forza e forma dalle cose che si possiedono. Una fragilità a questo livello, aderendo letteralmente a questo monito (“Se vuoi essere devi avere”) finisce per creare, un accumulatore compulsivo, una persona che ha il bisogno di acquisire sempre oggetti, nell’impossibilità di gettarne via con conseguente disordine dentro e fuori. Lo stato delle case di queste persone resta chiaro nella mente di chi ne abbia mai vista una.

A quale bisogno risponde l’impossibilità di buttare? Viene in mente una frase del film “Il Cielo sopra Berlino”. Ad un uomo che ha appena perduto la donna di cui è innamorato dei bambini chiedono “Che cos’hai?” e lui risponde “Mancanza.” Gli accumulatori soffrono di questa mancanza, non così definita, ma tangibile e spaventosa. Il vuoto esistenziale, affettivo che provano, sviluppatosi nel tempo e nel loro ciclo di vita, si rispecchierà nel rapporto che si creerà con le cose. Conservo tutto perché devo compensare il qualcosa, il qualcuno perduto, che non mi ha amato, che mi è mancato e che non posso accettare di non avere con me. Quindi tengo tutto quello che trovo e spingo le cose, gli oggetti, uno contro l’altro, per riempire quel vuoto che fa male. Solo che questo non rappresenta una vera soluzione. Perchè il malessere non si placa che in superficie, restando vivo nel profondo. Se il buttare diventa impossibile, si butterebbe via una parte di sé e si soffrirebbe troppo nel saperlo lontano, allo stesso tempo il tenere toglie possibilità di elaborare il male che si prova, di fare spazio per una nuova possibilità, sperimentare nuovi spazi, in questi casi, imparando a prendersi cura di sé, diventa fondamentale.

Certo, se nelle forme lievi si potrà contare su diverse guide adesso alla stampa per togliere cioè che ingombra, in inglese  “decluttering” (un esempio è l’articolo di Isabella Faggiano “Operazione Decluttering: così si elimina il superfluo”) non sempre sarà così lieve riordinare e fare spazio, anche qui si utilizza la parola inglese “spaceclearing”. Possono essere di un qualche aiuto i brevi manuali come quello de “Le leggi della semplicità” di John Maeda (Mondadori) che vuole aiutare il lettore a semplificare la realtà attraverso piccoli passi e 10 regole o il testo dal titolo proprio di “Lo space cleaning” di Gigi Capriolo (Xenia,2005) che introduce all‘arte di armonizzare gli ambienti unendo anche nozioni di Feng Shui e insegnando a vivere la casa come luogo del benessere prima che luogo fisico. Ma nei casi peggiori, dove un vero e proprio disagio ha avuto modo e tempi per diventare forte? Sarà necessario un professionista e un lungo percorso di riappropriazione di emozioni mentre ci si libera dagli oggetti. Ma, se ci si riesce? Il senso iniziale di perdita sarà riempito, lentamente, darà una nuova sensazione di creatività e possibilità, facendo spazio reale per nuove occasioni di una vita piena ma non solo di oggetti. Chiaramente ogni storia sarà diversa a seconda del vuoto che si è andato a colmare ma, allo stesso tempo, ogni storia nasconde dentro di sé la possibilità di una trasformazione in termini di benessere e miglioramento della qualità della vita. E’ quella possibilità che andrà cercata, lentamente e con delicatezza, muovendo pian piano le tantissime cose che l’hanno soffocata sotto il peso di un pieno che non da gioia, facendo spazio ad un vuoto che non sia angosciante ma sia libertà di scelta di un migliore esserci.

Pollicino:  Chi deve accumulare cose per tentare di stare bene.
L’Orco : Le cose, quando diventano più importanti di noi stessi o addirittura noi stessi.
L’arma segreta :  Riuscire a fare spazio per una nuova possibilità di crescita.
Marzia Cikada

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