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° I Peccati Capitali e la Psicologia ° 1. Invidia – Pollicino era un grande
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° I Peccati Capitali e la Psicologia ° 1. Invidia

L’invidia deriva dal confronto irrazionale fra quanto hanno raggiunto altre persone e quanto avete raggiunto voi. Non è la mancanza delle qualità che possiedono gli altri a causare il vostro insuccesso, bensì l’incapacità di valorizzare a dovere le qualità che possedete.
Ari Kiev
 

Invidiosa era Venere della bella, troppo bella, Psiche e, per questo, cercò di punirla. Invidiosa la strega cattiva della bellezza, della gioventù e degli affetti che Biancaneve smuoveva e cercò di punirla per quelle che riteneva terribili colpe. Invidioso anche Riccardo III, nella tragedia di Shakespeare che già aveva raccontato l’invidioso Iago dell’Otello, questi invidiava visceralmente il fratello Edoardo capace di regnare con successo. E intanto Dante alloggia in Purgatorio gli invidiosi costretti a portar sulle spalle un enorme macigno e, nel bel film “Amadeus”(1984), è l’invidia del maestro Salieri verso Mozart a definire tutta la storia. Ed è solo un piccolo assaggio di come l’invidia sia presente nelle storie, dalla letteratura alle favole, dal teatro fino alla Bibbia, non è forse invidia quella che mette nei guai Lucifero, l’angelo più bello. Forse perchè terribilmente presente nella vita di tutti i giorni, nascosta in ognuno di noi, capaci spesso di guardare all’altro con ostilità e risentimento.

La parola arriva proprio dal latino dove IN ci suggerisce l’avversione e VIDERE il guardare, una sorte di malocchio che viene lanciato contro chi si ritiene non meriti le sue fortune, contro chi mette in risalto nelle nostre mancanze, accendendo il fuoco delle nostre più sofferte frustrazioni. L’invidia ci serve per difenderci, è l’arma avvelenata che scagliamo contro chi pensiamo ci stia sminuendo, perché una parte di noi, la più fragile e ferita, pensa che ferendo l’altro potremmo guadagnare il bene perduto, ritrovare il valore che non sentiamo avere grazie alla caduta dell’altro. Si è invidiati per la propria bella storia di amore, per la bellezza, per il fascino, la serenità del volto, la vita sociale. Tutti invidiano qualcuno, la vicina di banco, la sorella, il fidanzato che riesce meglio sul lavoro, il cane persino, in mancanza d’altro, perchè non deve lavorare per avere la sua ciotola di cibo.  Sembra davvero difficile essere al di sopra dell’invidia. Quasi non la si potesse contenere. Ma esiste anche una invidia buona? Possiamo trovarla nella forte ammirazione, benché spesso dolorosa, che ci porta ad accettare i successi altrui, benchè arrivino dove noi non riusciamo, identificandosi con il vincitore lo si incita, si partecipa alla sua vittoria.

Ma sembra che più spesso sia in negativo che si coniughi il verbo invidiare. In America, Cikara e Fiske due ricercatori presso l’università di Princeton, hanno studiato la natura dell’invidia. Come riportato anche da State Of Mind in un loro articolo, i due hanno potuto concludere, che si prova un vero piacere nel vedere soffrire l’altro quando si sente invidia, molti più di quanto non si provi gioia per le sue vittorie e questo specie in situazioni molto competitive. come al lavoro. Portandoli anche a riflettere sul peso del contesto nelle relazioni lavorative, chiedendosi se sia proprio la competitività e quindi l’invidia dell’altro, l’arma migliore per creare buoni risultati e un clima produttivo sul lavoro.

Storicamente, si occupò di invidia S.Freud (1905 “Tre saggi sulla Sessualità”) che descriveva l’invidia con la pulsione di morte, collocandola nell’invidia del pene, per le femmine mentre nella paura della castrazione per i maschi. Il sentimento dell’invidia diventa quindi una forza distruttiva, senza senso, non ragionata, che viene da lontano ( dalla storie delle famiglie spesso lasciata come pesante “eredità”). Più tardi, ci sono stati gli studi della Klein, che “datava” la prima invidia intorno ai 6 mesi di età, quando si prova una forte rabbia perchè si dipende dal nutrimento al seno materno. Questi suggerirono che solo riconoscendo la mancata onnipotenza e contenendo l’angoscia che da questa arriva è possibile sostenere l’attacco violento e aggressivo dell’invidia. Un’invidia che siamo portati a pensare più al femminile, che nasce nel rapporto della madre con la figlia e tra donne, anche successivamente, trova la sua manifestazione più terribile.

Quando si prova invidia ostile, cattiva? Quando mi percepisco nella mia piccolezza, la mia autostima vacilla e il successo altrui mi ferisce tanto più lo conosco, mi è vicino e ne sono riconosciuti i meriti. Si iniziano, quindi, tutta una serie di azioni per denigrare l’altro, dal conosciutissimo “parlar male” o sminuire le vittorie (magari minando come si sia riusciti ad ottenere un risultato creando illazioni o accuse velate e non), l’operazione di svalutazione può avere come obiettivo il soggetto invidiato ( lui in realtà non vale niente) o la vittoria invidiata ( nello stile, se ricordate, dell’uva che non era poi tanto matura).

Come dicevamo, tanto più l’invidiato sarà a me vicino tanto più terribile sarà la mia rabbia contro di lui. Più sono stretti i rapporti (coppie, fratelli, sorelle, amici, colleghi di lunga data) peggiore sarà la violenza, perché si sente che realmente l’altro non è poi tanto diverso da me, quindi come può essere giusto che abbia il miglior lavoro? Un buon compagno? Un bel sorriso anche nel momento difficile?  Sentendomi impotente, non avendo la forza di investire energie su di me, le indirizzo contro l’altro, penserò che se mi manca qualcosa e l’altro perde qualcosa, io non guadagnerò la cosa in sé. Ma se l’altro continua ad avere qualcosa più di me, io sarò sempre più piccolo, ultimo fra tutti ai miei occhi. Quindi l’invidia si trasforma in desiderio di distruzione, come Salieri, la Strega Cattiva o Iago, voglio portare alla fine l’altro, toglierli tutto, non per guadagnarlo io, per evitare che sia sbandierato contro il mio volto.

Ma il mio senso di inadeguatezza non migliora neppure se riesco nell’intento e tolgo tutto quello che riesco all’altro, perché l’invidia devasta e anche quando l’altro avrà  perso il potere che noi non abbiamo si vorrebbe che il mondo ci vedesse e ci amasse così smisuratamente, nonostante tutto, concedendo il meglio anche qualora non si abbiano i mezzi o non si impieghino energie sufficienti a raggiungerlo. L’invidia, divenuta patologica, mi porterà a invidiare altri e a logorare la mia e altrui esistenza sotto il continuo attacco della mia frustrazione.

Si può “curare” l’invidia? Non è cosa facile, molto spesso ci sono state generazioni intere a insegnarla. Ma un primo passo è spiegarsi da dove viene, cosa significa, cosa provoca. Poi, sarà bene affrontare non solo le motivazioni “facili” e più alla luce del sole, ma anche quelle profonde, legate al significato personale e doloroso del sentimento invidioso. Ci vuole coraggio ma rappresenta un primo passo per trovare poi, un proprio obiettivo, reale e raggiungibile,che ci permetta di bastare a noi stessi, senza interesse malevolo sulle conquiste e soddisfazioni degli altri. E’ nella sterminata debolezza dell’animo umano che si aggrappa l’invidia, capace di sminuirci a noi stessi per poter odiare quello che è o ha l’altro. Perché proprio come scriveva nel libro ” Un certo signor Blot” 1960, Pierre Daninos:

Gli uomini non conoscono la propria felicità, ma quella degli altri non gli sfugge mai.

Ma questo non significa che non sia possibile, trovare un nuovo modo per osservare il tutto con occhi diversi, imparando a vedere anche la propria forza e le propria risorse, giocando di più con le nostre debolezze e costruendo la nostra personale felicità. Senza far troppa invidia a nessuno, però.

Pollicino:  Il piccolo invidioso che scalcia dentro molti di noi.
L’Orco : La poca autostima, il difendersi distruggendo l’altro.
L’arma segreta :  La forza di dare il giusto valore alle nostre risorse

Marzia Cikada
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