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Disuguaglianza e Disoccupazione, le battaglie che l'Europa deve vincere per il suo Benessere – Pollicino era un grande
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Disuguaglianza e Disoccupazione, le battaglie che l'Europa deve vincere per il suo Benessere

 Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Articolo 23), 1948
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Disoccupazione Europea 2012( da Wikipedia.it)

C’è una parola che da anni, ormai, fa tremare moltissime vite, famiglie, paesi interi. La parola è crisi, quella economica che seppure a volta sia abusata a giustificare taglie e mancanza di politiche di investimento, è purtroppo una reale condizione che stanno vivendo intere nazioni e che ha stravolto il continente Europa portando non solo difficoltà economiche ma psicologiche. Un articolo apparso su Le Scienze, riporta un rapporto dell’Ufficio Regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il Review of social determinants and the health divide in the WHO European Region che pone l’attenzione su un fattore da valutare con cura: la disoccupazione come “bomba a orologeria” per la salute pubblica (articolo).

Si tratta di uno studio portato avanti per tre anni e che sottolinea come la profonda diseguaglianza che sta segnando la storia dei differenti stati europei. Questo si traduce in un livello economico-sociale in sofferenza a cui si collega un peggioramento della qualità della vita. Meno si lavora più si vive male con ripercussioni su tutta la comunità. I giovani che oggi faticano a trovare un posto di lavoro NON precario, sono condizionati nella possibilità di condurre una vita all’altezza delle loro aspettative e la speranza stessa di vivere a lungo e in salute diventa difficile da portare avanti.

Il rapporto citato mette nero su bianco che in assenza di una politica di prevenzione del disagio legato a questo momento, una prevenzione che dovrebbe avere l’obiettivo di non aggravare ulteriormente la disuguaglianza esistente all’interno dei diversi paesi, il livello di disoccupati e conseguenti problemi che si arriverà a toccare sarà sempre più pericoloso. Il diritto alla salute può essere protetto, deve essere protetto.

Come si lavora influisce molto sulla salute e, quanto la comunità sta male, influisce sul bilancio. Ma sono pochi i governi che creano un corposo piano di prevenzione che parte dal benessere psicologico per arrivare alla salute nel suo insieme ( era il 2011 quando si parlava del progetto inglese Non c’è salute senza salute mentale” che creava posti di lavoro per psicologi per tutelare la comunità diminuendo la futura spesa sanitaria nazionale) mentre invece la difficile situazione economica continua a far letteralmente ammalare intere comunità. Sempre nella ricerca citata, il tasso di povertà dei bambini e le condizioni in cui vivono vanno valutati per suggerire una piccola semplice cosa: il bisogno di intervenire in maniera concreta e veloce ed è responsabilità dei paesi trovare come sostenere le fasce deboli, come garantire una vita dignitosa dove il lavoro sia possibile e sia possibile viverlo in salute. Questo ci pone davanti a due aspetti fondamentali, il peso della disoccupazione nella vita degli individui e delle relazioni che questi costruiscono e il peso di politiche volte alla prevenzione del malessere, come investimento per un benessere futuro.

La Disoccupazione è, infatti, ben lungi dall’essere un mero problema economico. Il lavoro è certamente lo strumento che ci permette di mantenerci ma non solo. A cosa e come si lavora è legata parte dell’identità delle persone e ha un forte impatto sul benessere riportato dall’individuo e dalla sua famiglia. Si fanno ricerche in questo campo dagli anni ’30, trovando correlazioni tra la disoccupazione e la stabilità delle relazioni, il come ci si percepisce e il proprio “star bene”. Quindi, parlami del tuo lavoro e ti dirò come stai. Perchè nei ruoli che giochiamo all’interno della società e nelle nostre relazioni, il tipo di impiego che portiamo avanti o la mancanza dello stesso, ci definisce, grava su come ci sentiamo capaci di fronte agli altri, alla famiglia, al proprio modo di essere.

L’autostima soffre notevolmente nel momento in cui decade il proprio ruolo lavorativo. Un articolo del 1994 di  Christopher Orpen collegava proprio gli effetti sulle relazioni, sul sentire di avere il controllo della propria vita e l’autostima all’insicurezza lavorativa (articolo uscito sulla rivista internazionale “Social Behavior and Personality”). Meno si è sicuri della propria attività lavorativa, meno mi sento forte e la mia autostima può subire un durissimo colpo. Lo sanno le moltissime famiglie che si sono viste la vita devastata dalla disoccupazione di uno o più membri. Se non lavoro non mi sento parte della mia comunità, la mia identità viene ferita, mi sento svilito.

Non è raro che chi perde il lavoro manifesti anche problemi di natura psichica, ne scriveva per altro già nel 1990 Paolo Crepet affrontando “le malattie della disoccupazione”. Sono molte le forme che può prendere lo stare male, parliamo di depressione, ansia, forme di stress che si traducono in malattie vere e proprie, difficoltà del sonno, ipertensione e molto altro, fino a contemplare anche la possibilità di suicidio. Ne scrivevo a maggio 2012 sulla rivista “Nulla Dies Sine Linea” e da allora, purtroppo non sono pochi i nomi di chi ha deciso di uccidersi. Inoltre, come si notava già in studi come quello sulla comunità di Marienthal dove una gran parte degli abitanti del villaggio aveva perso il posto in filanda (Lazarsfeld, Jahoda, Zeisel, 1935), la disoccupazione cambia il senso del tempo e rende estremamente inattivi, si parlava in quel caso di una “comunità stanca”, senza volontà di impiegarsi perchè sofferenti di una profonda apatia dovuta proprio allo stato di non lavoro.

Se lavorare stanca a non lavorare ci si ammala. Si è più facili alle cattive abitudini per allontanarsi dal male che si prova, come con l’alcol e non solo. Si comincia a provare la paura di non essere  più capaci di trovare un nuovo lavoro, spesso di perde il proprio in età matura, altre volte non si riesce a definirsi in un mondo del lavoro che offre solo surrogati di impiego, precarietà e contratti incerti ma alla fine ci si sente sempre incompleti, senza riuscire a rispondere alle proprie esigenze come a quelle dei propri cari. Troppo spesso ne seguono rotture familiari, tensioni, conflitti che sarebbe possibile evitare.

Se da una parte ci sono Associazioni, singoli professionisti e gruppi che cercano di dare un aiuto di tipo psicologico che sia economicamente sostenibile, questo non dovrebbe essere legato alla singola iniziativa di privati ma sarebbe auspicabile che ci fossero delle reali politiche da parte dei governi, in assenza di una ripresa economica, quanto meno di sostegno alla Salute delle persone, non discriminando anche da questo punto di vista sul versante economico. Perché il peso di questo malessere potrebbe in pochi anni diventare troppo oneroso da gestire non solo per gli individui ma per la società nel suo insieme. Tante persone che hanno bisogno di riprendere in mano la loro vita, meritano di potersi affidare ad istituzioni capaci di dare spazio alle necessità di ognuno, senza disuguaglianze e ulteriori complicazioni. Il figli che crescono in questi anni meritano una possibilità migliore di una vita piena e soddisfacente, le loro madri e padri meritano di non essere lasciati soli.

Pollicino:  I diseguali di Europa, senza lavoro e senza sostegno

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Marzia Cikada
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