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Via dalla Società. Scelta consapevole o fuga dalla responsabilità? – Pollicino era un grande
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Via dalla Società. Scelta consapevole o fuga dalla responsabilità?

Society, have mercy on me
I hope you’re not angry if I disagree
Society, crazy indeed
I hope you’re not lonely without me
Eddie Vedder “Society”

A qualcuno capita almeno una volta la settimana. A qualcuno solo ogni tanto. Ad altri mai. Poi ci sono quelli che partono e non tornano più. Che alimentano i sogni di chi resta con storie ammantate di avventura e di luoghi nuovi a chi ascolta. Viaggiatori? Fuggitivi? Speranzosi? Credenti? Sono molti quelli che decidono, prima o dopo, di andare via dalla società e provare altro. Riprendere dei ritmi meno frenetici, cambiare il paesaggio fuori dalle loro finestre, non più condomini ma alberi, non più volti affaticati dal ritardo del bus ma terra sotto i piedi, non più il traffico della macchine ma orti da coltivare, non più master e alto rendimento, ma la fatica dell’incontro con la natura.

Le città perdono qualche cittadino, alcuni solo sognano di andare via, delusi da possibilità che non si concretizzano, da sotterfugi, stress, altri lo fanno. Scelgono un posto, a volte dei compagni di viaggio e partono. Le Comunità alternative alla città aumentano anche in Italia, comunità che si potrebbero chiamare hippie, mentre sono numerosi gli ecovillaggi. Alcune più strutturate, altre meno, più aperte al viandante, a chi è solo di passaggio. E poi ci sono i viaggiatori solitari, stanchi della società, che vanno soli alla ricerca di risposte.

Il film “Into The Wild” (2008) parlava della storia di uno di loro. Un giovanissimo uomo, Christopher McCandless, realmente vissuto, una famiglia classica, stereotipata, americana, una buona laurea. Regala i suoi risparmi e decide di andare via da una società che non gli lascia spazio per esprimere chi lui sia. Sicuro che troppa gente infelice accetti di rinunciare alla felicità per mantenere una blanda sicurezza, conformarsi ad un futuro certo ma senza spirito di avventura, decide di lasciare tutto, senza clamore e se ne va. Abbandona la famiglia, la sua vita passata e sceglie per la sua muova avventura un altro nome, quello di Alexander Supertramp. Si mette in viaggio verso l’Alaska, convinto che l’essenza dell’uomo sia essere nomade, libero. Il suo viaggio, pure costellato di nuovi volti e conoscenze, finirà tragicamente con un avvelenamento, dopo due anni. Due anni che però avrà scelto consapevolmente, vissuto con pienezza, attimo per attimo. La riflessione che ne trarrà, prima di morire solo in un bus abbandonato, sarà una semplice verità “Happiness is real only when shared” (La felicità è reale solo se condivisa), una frase tenera se pensiamo che questa emozione è stata  vissuta in solitudine.

Andare via. Fuga o scelta? Possiamo parlare di scelta in questo caso o di incapacità di stare alle regole della società? Andare via è un problema di ordine psicologico o una decisione presa consapevolmente con l’obiettivo reale di stare meglio? “Se non puoi più imparare niente, vai via da scuola” diceva Daniel Pennac in  un suo intervento anni fa. La stessa cosa può dirsi per la società? Certi abbandoni, nella famiglia ma anche nel sistema allargato della società, si definiscono solitamente come ritiri psicologici.

Non riuscendo a rispondere correttamente e senza stress alle richieste dell’esterno, l’individuo si ritira, si autoprotegge dai troppi stimoli, allontanandosene. Nel piccolo, un esempio è chi cade troppo spesso in preda a microsonni, cosa che accade soprattutto ai bambini, un sonno dove nessuno può portare nuove richieste, dove ci si coccola lontani dalla tensione.  Avanti nel tempo, questo meccanismo si trasforma nell’allontanamento dalla realtà, con farmaci, droghe, mondi fantastici ma solo sognati, vere e proprie fughe dalla società, non per arrivare a …. ma per fuggire da. In questi casi, non si tratta di una scelta consapevole e finalizzata ad un progetto, ma di un bisogno di protezione che spinge l’individuo a escludersi dal mondo per evitarsi la sofferenza che ne deriva. Essendoci dei problemi metto distanza tra me e loro, come se non esistessero. La fuga diventa una difesa dal disagio ma non lo risolve.

Poi c’è chi sceglie, dolorosamente, di andare via perché stanco, perché le regole imposte dalla convivenza civile nella società non sono più le sue regole, non perché non sia in grado di seguirle, ma perché lo feriscono nella loro essenza. E’ questo il nuovo “selvaggio”, l’individuo che realizza un progetto, che per scelta cerca la sua strada lontana dalle regole condivise nella società. Attenzione, non siamo di fronte all’incarnazione del mito dell’uomo primitivo, l’Uomo Selvaggio, tutto istinto, quello che Jung vedeva come portatore dell’Ombra, degli aspetti oscuri della società, né del Buon Selvaggio, pulito perché non corrotto dalle regole sociali, caro al Romanticismo. Il Selvaggio odierno non è stato espulso dalla società perché non conforme alla norma riconosciuta ma decide in piena consapevolezza la sua espulsione, si autoesilia perché non riconosce la società come idonea a contenerlo, regolarlo, crescere suoi eventuali figli.

L’essere fuori dalla società, pone la figura del nuovo selvaggio in una delicata posizione spesso negativa, mentre spesso, non accettando la forma di cultura comune sono in grado di definirne una nuova, con proprie regole e modalità. Se l’immaginario li tratta come figure al limite, anche pericolose, nei tempi trasformando il loro essere isolate dal mondo in un aspetto aggressivo, cattivo, costruendoci intorno leggende, miti, qualche fiaba ricca di orchi ( Calvino, Fiabe Italiane,1956) è perché è la società stessa a difendersi da loro, perché destabilizzanti di un ordine necessario alla tranquillità.

La situazione odierna, rende difficile limitare lo sguardo a chi va via ad una semplice prospettiva di fuga dalla realtà, non tutti i viaggiatori sono in perenne movimento per incapacità di stare nella società dove sono nati. Non tutti recidono in maniera definitiva le origini, non tutti sono giovanissimi. Questo perché se nella fase di rottura adolescenziale con la propria storie pregressa, la fuga dalla realtà messa in atto con il viaggio senza meta, potrebbe essere un modo per “diventare grandi”, passando da un momento all’altro della vita, molti ora scelgono di uscire dalla società da adulti, magari in coppia, a volte con figli al seguito, con tutti gli scrupoli educativi nonché sulla salute,  che possono esserci in questi casi. Non solo quindi ricorsa ad un se ideale ma irraggiungibile, nè nomadismo irrequieto per incapacità di costruire.

Cosa deve avere quindi chi se ne va per non essere definito solo un fuggitivo? Fondamentale, come in tutte le scelte, la capacità di prendersi la responsabilità del cambiamento che si realizza, rispondendo in maniera adulta e consapevole alle domande che in prima persona ci si pone di fronte a una tale rivoluzione interna. Il Nuovo “selvaggio” è tutto tranne che selvaggio, nella maniera in cui normalmente lo si intende.  Si tratta molto spesso di individui competenti del proprio cambiamento, nato da un piano di trasformazione che si attua avendone il pieno potere decisionale e di azione.

Vivere via dalla società richiede anche la capacità di vivere nella distanza, fisica e concreta, dal gruppo da cui si proviene, dalla cultura in cui si è cresciuti. Monitore il cambiamento nel momento in  cui da sogno pensato diventi realtà quotidiana, tenere sotto controllo il come ci si sente, è fondamentale per mantenere lo stato di scelta e non vederlo trasformare in condanna.

La differenza tra la scelta consapevole e una pura fuga è nel come viene vissuto l’allontanamento da tutto, non come alienazione ma come trasformazione anche dolorosa del proprio modo di viversi, essendo capaci di unire, al rifiuto di un certo tipo di schema, di regola, di modalità, la creazione di nuove equilibrate realtà abitabili da se stessi e dalla propria storia. Queste saranno tanto più forti quanto più condivise con l’altro, con cui si ha in comune il nuovo progetto di vita e che permetterà di evitare la sensazione che potrebbe sopraggiungere di solitudine. Una vita quindi da protagonisti, che sanno scegliere, e non si allontano solamente .

Il nuovo individuo via dalla società non ne dimentica comunque del tutto gli insegnamenti, alla luce di piccole comunità che scelgono di essere il più possibili primitive, moltissimi decidono di usare l’utile delle conoscenze moderne per muoversi nelle società senza fermarcisi, per conoscere senza inserirsi nelle regole. Si tratta spesso di persone che attraversano le diverse società, anche multietcniche, multiculturali, ma con l’obiettivo di imparare per poi fare senza. Non sempre rinnegando la tecnologia ma non diventandone dipendenti, vivendo uno stato mentale di consapevole transitorietà, da cui la possibilità di vivere un proprio spirito nomade senza soffrirne le conseguenze in termini di alienazione o mancanza di radici. Molti dei nuovi viaggiatori diventano emblemi di un mondo in continuo movimento e trasformazione, ne diventano il simbolo vivo, il nomade globale .

Il filosofo tedesco Peter Sloterdìjk nel 2010, scriveva il testo “Devi cambiare la tua vita” in cui metteva in guardia sui problemi della odierna crisi, vista anche come una crisi nella passività, dove vengono garantiti tutti i diritti umani, ma non il diritto di espatriare dalla concretezza, di allontanarsi dal mondo. Secondo il pensatore, la sola possibilità di superare il momento è diventare “acrobati” muovendosi sopra la cultura e la morte, che viene da questi scagliata via.

«Da quando è iniziata la catastrofe globale, con il suo parziale disvelamento, è comparsa nel mondo una nuova configurazione dell’imperativo assoluto, che si indirizza a tutti e a nessuno sotto forma di severo ammonimento: cambia vita! Altrimenti prima o poi il completo disvelamento della crisi vi dimostrerà che cosa vi siete lasciati sfuggire all’epoca dei segni preliminari»

In questo tipo di attivazione è possibile far rientrare il nuovo “selvaggio” che non fugge ma si muove in direzione di sue necessità, che non rinnega la sua famiglia, ma cambia le sue radici, non legandole alla società ma alle persone con cui sceglie di costruire una possibilità attiva di cambiamento. Sono le persone, lo scambio con l’altro il valore aggiunto e che non può mancare perché un progetto di fuga dalla società possa infine confermarsi il più possibile sano. Per contenere le difficoltà di adattamento alle nuove idee di vita, per sostenersi nel momento in cui si entra in una sorta di mancanza di equilibrio, di disorientamento emotivo e relazionale vissuto da chi lascia la serenità della vita data, l’altro, la relazione con il prossimo diventa fondamentale. Una salda rete di legami, di contatti diventa necessaria anche fuori dalla società, perché si resta comunque dentro l’umanità.

Quella felicità condivisa di cui parlava Mc Candless, quella necessità di avere accanto l’altro che lo scrittore Alain De Botton scrive essere necessaria per dirci esistenti,  concludendo “non siamo del tutto vivi finché non siamo amati.” e questo è possibile anche fuori dalla società, se si riesce a restare dentro le relazioni. Cercando quello che in questo delicato momento storico non sia dolore e sofferenza secondo la propria idea di dolore e sofferenza, trovando il proprio modo di adattarsi alla vita, lasciando spazio alle relazioni positive, curandole e condividendo con loro il piacere della scelta fatta.

 

Pollicino:  l’Individuo che scelga di lasciare la Società
L’Orco : La solitudine, l’allontanamento come fuga dalla responsabilità, la solitudine che ne segue
L’arma segreta :  La relazione, scelta, curata, capace di condividere il nuovo progetto

 

Marzia Cikada

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