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Bling Ring (2013) – Pollicino era un grande
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Bling Ring (2013)

Date a una ragazza le scarpe giuste, e conquisterà il mondo.

Marilyn Monroe
 

L’ultimo film di Sofia Coppola parla di una banda di delinquenti che tra l’Ottobre 2008 e Agosto 2009  ha messo insieme qualcosa come 3 milioni di dollari. Cosa c’è di speciale? Che la banda era di cinque adolescenti e che i furti avvenivano entrando e svaligiando le case dei ricchi di Los Angeles, del calibro di Paris Hilton, Lindsay Lohan, Rachel Bilson, Orlando Bloom, Audrina Patridge. Il film è Bling Ring, i cinque ragazzi ( quattro fanciulle e un ragazzo) hanno i volti di Emma Watson, Israel Broussard, Katie Chang, Taissa Farmiga, Claire Alys Julien, Georgia Rock e la storia è davvero avvenuta come racconta l’articolo da cui prende corpo il film ” I sospetti indossavano delle Louboutins” su Vanity Fair. 

Il film ha la delicatezza di non dare giudizi su questi ragazzi, ce li mostra,  patinati e sereni tra i loro rolex, ce li fa vedere nella tristezza delle loro vite quotidiane e nell’unico momento in cui sembrano realmente brillare di vita, quando hanno per le mani una borsetta della Hilton o una scarpa con il tacco rosa. I furti arrivano nella loro vita con semplicità, non c’è alcun dubbio morale, come accade spesso con gli adolescenti.  Quella che viene ripresa è una vita che si nutre di immagine, di TMZ  e celebrityaddressaerial.co, dove quello che si fa lo si deve fare con classe, dove le scarpe hanno il loro valore e le madri si informano su dieta e provini.

I ragazzi della gang, si muovono sempre come se filmati e anche durante il processo sembrano muoversi in un reality (e ne sono nati dalla loro storia), tutto ce li fa vedere come fossero personaggi e non ragazzini accusati di furto. Non c’è spazio per sesso, amore, relazioni nei loro dialoghi, il loro linguaggio parla di  Chanel, Gucci, Vuitton, Tiffany, Cartier, Prada, Marc Jacobs, Dolce & Gabbana, Burberry, Yves Saint Laurent. Sono questi i codici comuni che li rende gruppo, li unisce oltre il malessere delle relazioni con genitori presi da altro, in un silenzio affettivo mascherato solo dal rombo delle macchine decapottabili che guidano. Rubando e indossando i vestiti di celebrità è come se questi ragazzi diventassero finalmente visibili, nascosti a loro stessi, ma visibili al mondo. Tanto che nessuno si è mai chiesto come potessero avere tanti contanti, il vestito griffato parlava per loro. Una delle ragazze, nella realtà  il suo nome è Alexis Neiers, disse anche in una intervista  “…Vedo me stessa come un’ Angelina Jolie, ma ancora più forte, che si spinge oltre per l’universo, per la pace e per la salute del nostro pianeta.” Parole che piacciono, un modello di star e niente di personale. Come se indossare i vestiti di qualcun’altro, quei vestiti che li rendevano riconoscibili come vincenti, fosse un modo per essere diversi da sé.  L’aspetto di stalker della vicenda quindi diventa spiegabile, era di quelle identità che avevano bisogno non di furti qualunque.

Gli adolescenti spesso utilizzano atti di vandalismo e furti come linguaggio dell’aggressività che mi palesa come bisogno di forte emozione, dimostrazioni di coraggio, elementi che segnano il passaggio alla fase di crescita successiva, attraverso tipici fattori psicologici dell’età. Giocare con il rischio è necessario per sperimentare la propria identità, “sono qualcuno, diverso dalla mia famiglia, sono visibile”. Ma ci sono due aspetti in questo gruppo di ragazzi. Da una parte è chiaro come non ci sia modo migliore, in un mondo di immagine come quello di Los Angeles e del Rodeo Drive, se non il furto per diventare visibili come una star. Con addosso la “pelle” dell’eroe, reso umano perché derubato facilmente ( molti lasciavano una porta aperta in casa), il corpo di questi adolescenti si sente meno  fragile e incerto. Dall’altra parte, quello che appare nuovo in questa sfida adolescenziale, è la mancanza del desiderio di essere individui unici ( diversi da…), non viene messo in discussione il sistema di “valori” del mondo adulto, anzi, è solo l’intimo della famiglia che viene fuggito. Questa gang, come molti altri adolescenti, per sentire di essere reale ha bisogno di essere come… come Megan Fox, come Amanda Kerr, come un’immagine lucida e splendente che non ha tempo per la vita.

Vivi perché visibili e visibili perché con la “pelle” di altri, la gang dei gioielli ha trovato il suo modo di parlare e comunicare, di lasciare il suo segno in un mondo dove sarebbero altrimenti rimasti inascoltati. L’altra strada sarebbe stata tentare di parlare con gli adulti, ma questi se non sono  assenti sembrano troppo presi da altro, spesso da sé stessi, non abituati al dialogo ma capaci di dare oggetti, immagini sacre di quello stesso potere di cui si nutrono i ragazzi. E allora il furto diventa una possibilità. I gesti nel film non hanno mai tempo di essere pensati, sono agiti, in fretta, in preda al momento e senza mai consapevolezza delle eventuali conseguenze. Si segue il bisogno di placare una necessità, essere visibili, spinti da emozioni forti e compulsive. Chiaramente, questa assenza di giudizio morale, dipende anche dalla mancata educazione ricevuta, dal vuoto di cultura del rispetto dell’altro che rallenta il processo di maturazione e il passaggio all’età matura.

Il futuro è dove fare shopping di domani, non la vita che si vuole costruire. Da qui le eventuali giustificazioni rispetto alla propria condotta, “i ricchi sono derubabili perché hanno talmente tanto che non si accorgono neppure del furto”, si minimizza il valore del gesto in un contesto in cui, essere in gruppo, mette in moto il meccanismo del disimpegno morale che allontana l’adolescente dalla presa di consapevolezza sul peso morale delle sue azioni.

Guardando la pellicola sale un senso di impotenza, di impossibilità di pensiero altro verso questi ragazzini griffati. Fino alla fine, la storia ci racconta come il desiderio che spinge all’azione è quello di sapere di aver guadagnato il proprio posto tra i vip. Anche dopo la cattura, non tutti manifestano un pensiero critico sull’accaduto. Quella che arriva, diretto e semplice, è la speranza di essere accettati in quel dorato mondo di scarpe lucide. Quello che importa non è sapere cosa io stesso penso di me, cosa progetto per la mia vita, cosa pensano i miei genitori o i coetanei, quello che importa è sapere cosa ha detto Lindsay Lohan.

Pollicino:  L’adolescente apparente
 
L’Orco :  La mancanza di codici costruiti con la famiglia per interpretare il mondo dell’immagine
 
L’arma segreta : La nascita di un pensiero maturo e critico. Ma sarà abbastanza cool?
Marzia Cikada
Commenti
  • michiamoblogjamesblog

    questo film sta facendo impazzire di aspettative un sacco di adolescenti…c’è una curiosità morbosa e molta voglia di emulazione delle loro gesta!!

    4 ottobre 2013 at 14:36 Rispondi

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