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Poesia e Psiche, dialogo amoroso – Pollicino era un grande
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Poesia e Psiche, dialogo amoroso

La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta
e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini
 
 

La poesia. Tra quanto ci spinge ad andare avanti, la poesia insita nella vita stessa, è forse uno degli elementi che, più di altri, ci permette di proseguire il cammino anche nelle difficoltà, di creare significati nuovi, di emozionarci delle piccole cose. La poesia è parte dell’essere, conosce parole che a noi stessi mancano ed è capace di trasformare in meraviglia anche le lacrime di profondo dolore, di rendere speranza il suono devastante di un tuono nella notte. Fare poesia significa trovare la vita, conoscere altro, meditare su quanto di vive e si prova. Uno spazio importante che non va sottovalutato. Come ci racconta il testo in salsa psicodinamica “Tempi di vita e spazi di poesia. Percorsi di ricerca psicologica sulla scrittura poetica” di Clara Capello, Barbara De Stefani, Fabrizio Zucca (1997) la poesia ci parla del mondo tutto ma nasce dall’ascolto di se. Quali legami si celano, quindi, tra la poesia e la psicologia? Moltissimi, nascosti, sottili, invisibili molto spesso, proprio perché estremamente evidenti. Ogni vita è poesia, nascosta nella pieghe di eventi terribili si lascia intravedere sempre il suo tocco, essenziale, semplice e potente. E’ quando in terapia si ritrova la poesia che i fatti prendono un nuovo senso e ci si rende capaci di iniziare il cambiamento.

La poesia è un linguaggio, come tutto intorno a noi. Ma un linguaggio capace di nutrirsi di emozioni primordiali a cui dare un valore speciale, spesso le stesse che in mancanza di poesia sono semplicemente definite “sintomo”. Il legame tra il sintomo psicologico e la forma dell’arte poetica è stato spesso trattato. Molti artisti sono stati definiti e diagnosticati come “malati”, pittori, poeti, scrittori, moltissimi nomi che hanno dato anima alla produzione poetica nei secoli hanno vissuto come malati in strutture, istituti, dentro e fuori tra la poesia e la malattia.  Ma la psiche comunica con la poesia, c’è tra loro un dialogo amoroso che spesso non siamo in grado di capire, che viene poi trasformato in altro, che capita vada perduto con conseguenze anche dolorose, che allontanano dal proprio benessere. Perchè siamo tutti poeti in cerca del verso giusto, tutti diversamente capaci di fare arte ma spesso incapaci di capire quale sia la narrazione che si vuole portare avanti.

Il nesso con la terapia viene naturale. In una stanza di terapia è spesso la storia non detta a fare più male, il dolore che si cela dietro una manifestazione evidente, un negarsi il benessere, una punizione sottile per colpe che capita neppure si ricordino o che non si è stati in grado di capire quando le abbiamo emesse, anche se contro noi stessi. Quando la storia negata comincia ad emergere, quando si trovano nuove parole per il racconto, ecco che quello che troviamo è un oggetto molto simile alla poesia. Una creazione fatta di quanto non si era potuto raccontare un altro modo. Il piacere che si vive in quei momento è quello di una rivelazione. La realtà diventata una poesia possibile. Questo l’obiettivo che inseguono le parole del terapeuta. Quale il fine di un incontro terapeutico se non ritrovare l’essenza poetica dell’individuo che chiede di trovare come interpretare e scrivere i suoi versi migliori?

Viviamo immersi in una marea di codici poetici che non riusciamo a decifrare ma che sono intorno a noi. Il senso viene a volte intuito ma non sempre trasformato in discorso. E’ spesso una intuizione, sui cui però finiamo con il poggiare i piedi per riprendere il cammino. E come si sono comportati i grandi nomi della Psicologia nei confronti di questa arte delicata ed essenziale? Se Freud è stato forse il primo a studiare i processi creativi, è stato Jung, con i testi “Psicologia analitica e arte poetica” del 1922 e “Psicologia e poesia” del 1930, a dare più spazio alla poesia in contrasto con il padre della psicoanalisi. Jung vedeva nell’arte poetica non una  semplice sublimazione o forma di nevrosi, di una malattia, come sembrava suggerire Freud ma un linguaggio profondo e universale, che dal vissuto personale si muove oltre, portato da una forza creativa superiore all’individuo singolo. Si tratta di una forza “estranea al suo autore”, capace di esprimere  un messaggio comune per tutti, pressoché universale, valicando i limiti dell’esperienza soggettiva. Legato agli archetipi, Jung mosse molto il suo interesse nella ricerca dei Simboli che la poesia utilizza, alle immagini che erano capaci di trascendere il momento. Ma l’attenzione degli psicologia per l’arte e la poesia non si è fermata e sono molti gli studi e i testi sul tema.  L’artista come folle è una immagina cara al Romanticismo e molto interesse ha mosso la ricerca del legame tra la malattia mentale, la psichiatria, e la poesia, l’arte.

La produzione artistica diventa la possibilità di dire, di liberare una creatività repressa, sofferente. Famoso il testo di Hans Prinzhorn, psichiatra tedesco e studioso dell’arte. Il suo ” L’arte dei Folli” ( trad di “Bildnerei der Geisteskranken” 1922) è una raccolta e analisi di opere d’arte, più di 500, prodotte in diversi istituti tedeschi, europei ma anche latino americani e presenta il pensiero dell’autore, che riteneva che la produzione plastica, fosse un rifiuto della realtà per rifugiarsi nell’io, in un mondo ludico dove l’espressione artistica è spesso fine a se stessa. L’attenzione alle possibilità connesse con l’uso dell’arte come linguaggio si è poi riversato nella realizzazione dei primi laboratori di Arteterapia, sono gli anni 50,  che utilizzavano proprio il linguaggio dell’arte  per comunicare con malati psichiatrici e non solo.

La poesia insita nell’arte diventa una possibilità. Una possibilità che tutti abbiamo modo di cogliere e utilizzare. Le stesse famiglie, nei loro riti, modi di comunicare e storie hanno una loro poetica, speciale e unica che regge le fila di generazioni di persone che vi prendono parte, consapevoli o meno del loro ruolo nell’epopea che rappresentano. Recuperare la poesia della propria storia diventa passo iniziale di un nuovo percorso di riscrittura dell’oggi per aver riletto ieri. La creatività di cui la poesia è manifestazione, permette anche in questo caso di rielaborare emozioni anche violente, lasciandole  venire alla luce della parola, diventando comunicazione di un messaggio che può essere condiviso. In questo modo, l’uso della poesia permette di sbloccare emozioni trattenute, risvegliando il “pensiero laterale”, secondo la definizione di Edward De Bono, cioè non solamente tradizionale, ma capace di guardare altre prospettive e prendere in considerazioni altri aspetti della stessa cosa.

Pollicino:  Il poeta nascosto in ognuno di noi.

L’Orco : Il verso perduto

L’arma segreta :  La capacità, pur faticosa, di cercare la poesia che si nasconde nel nostro malessere

Marzia Cikada
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