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Sì, viaggiare!!! Psicologia del viaggio. – Pollicino era un grande
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Sì, viaggiare!!! Psicologia del viaggio.

Il viaggio è nella testa.

Jean Baudrillard

 Sì viaggiare. Quale periodo migliore se non le vacanze? Se ne parla sugli autobus, mentre si prende il caffè, a tavola la sera, in pizzeria.  “Dove vai questa estate?” Certo vacanza e viaggio sono parole diverse con diversi significati. I piccoli viaggi che ci si concedono in questo periodo sono per lo più spostamenti verso luoghi diversi dal solito per poter staccare con la fatica del lavoro e della quotidiane attività. Eppure nel loro piccolo ci sono molte emozioni che vengono coinvolte nello spostarsi verso una meta turistica e non, per passare dei giorni in un clima diverso da quello conosciuto nel tram tram di tutti giorni, divisi tra il capo, le scadenze, gli orari da rispettare per prendere i bambini a scuola. Ma cosa dire del vero viaggiare? Che sia una esperienza reale, con lo zaino in spalla o la valigia, o un movimento interiore, il viaggio ha motivazioni importanti che si legano alla scoperta di sé, alla curiosità, al desideri odi conoscere e conoscersi.

Perchè viaggiamo? Una domanda importante, titolo anche di un articolo di Jean-Didier Urbain, antropologo sociale e culturale che insegna a Parigi, tradotto dalla rivista “Psicologia Contemporanea” di marzo-aprile 2013.  L’autore racconta il viaggiatore  come ben diverso dal turista, di cui si raccolgono dati e numeri ai fini commerciali ben chiari. Fuori dalla critica al turismo non responsabile, troppo spesso sotto i nostri occhi, Urbain affronta le caratteristiche di chi si mette in viaggio, personalità complesse che portano con loro valori, idee, desideri che si rivelano con il viaggio. In poche parola, ” Il turista è un sintomo della società”. Perchè? Perchè il viaggio gli rivela parti di come lui stesso è. E questa esperienza di scoperta non si riesce a fermare ad un episodio, il viaggiatore è recidivo. Perchè ogni nuovo viaggio è una avventura necessaria, che sia spinta dal desiderio di aggregazione, di solitudine, dal sogno umanitario di aiutare l’altro, dal luogo chiuso e protettivo ( come un hotel o una piccola comunità). I viaggiatori sono tanti e tanto diversi ma tutti divisi tra il sogno del viaggio senza fine e la realtà del rientro, di poter godere di nuovo della propria abitazione e “normalità” più ricchi delle esperienze fatte, non per nulla pare che il viaggio sia sempre migliore nel ricordo, quando le piccole difficoltà si affievoliscono e diventano racconto.

Il viaggio è sempre viaggio. Arricchisce anche perché mette il viaggiatore in condizioni particolari e nuove alla sua normalità, situazioni che fanno sì che si possa provare e testare il proprio livello di Problem Solving, la propria capacità di cavarsela, di risolvere dilemmi nuovi a contatto con culture ed il viaggiatore, come il bambino che impara a camminare, necessita di queste esperienze per arricchirsene e crescere. Viaggiando si scopre e affina la capacità di adattarsi, prova la propria flessibilità nell’incontro con l’altro, si impara ad accettare bizzarrie che nella propria casa non si accetterebbero mai. Quindi ecco che viaggiare diventa una palestra di emozioni e desideri, dove ogni passo è una nuova esperienza di se che apre a nuove avventure interiori, come diceva lo scrittore John Steinbeck, è chiaro che ” le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.” 

Ecco che di motivi per mettersi in viaggio ce ne sono molti. E diversi. Tra le ricerche legate alla psicologia del turismo, troviamo quella di J.-L. Crompton ( ” Motivation of Pleasure Vacation” , 1979) che divide le motivazioni del viaggio in spianta alla novita’ e all’educazione, a seconda che siano legate al desiderio di evasione e nuovo o a quello di conoscere altro, il viaggio culturale. E’ sempre questo autore ha definire come, nello spostamento, nel viaggio vige il desiderio di evasione da quanto è abituale e conosciuto per esplorare nuove realtà, altri usi e costumi  che permettano di vedersi in altri ruoli, di comportarsi come, la quotidianità non permette. Una piccola fuga, accettata come necessaria perché sia poi possibile riprendere il lavoro con slancio ( è proprio la motivazione di una maggiore produttività che rende accettabile nella aziende l’idea di ferie!). Inoltre viaggiando si acquista prestigio sugli altri, si scopre una maggiore facilità relazionale, migliorando la propria autostima nonché le proprie relazioni personali. E poi ci si rilassa.

Ma c’è bisogno di un grande viaggio per provare grandi emozioni? No. Basta anche il muoversi a piedi in una lunga passeggiata per avere un assaggio di quello che si prova nel viaggio. Il piacere è quello di mettersi in una dimensione diversa da quella conosciuta, lontana dalla quotidianità. Anche un viaggio non troppo lontano ma vissuto in maniera diversa da come si suole vivere, magari senza telefonino e I-Pad ma con il desiderio di sintonizzarsi con i propri bisogni e connettersi solo con quello che si prova e che spesso si confonde con le e-mail altrui e gli impegni di lavoro. Il bisogno di ritrovarsi dall’altra parte del viaggio, diventando la propria più preziosa destinazione è quanto spinge moltissimi a non preparare grandi e complessi spostamenti ma anche solo viaggi a piedi. Pensiamo a quante persone, senza necessariamente il gusto o la spinta della religione, si mettono in viaggio per Santiago  de Compostela ogni anno, ogni giorno. Cosa se non il piacere di farsi compagnia,  di camminare aprendosi ad un mondo che si è dimenticato, conoscendo storie diverse dall’ordinario, entrando in contatto con la propria interiorità potrebbe spingere buona parte dei tanti viandanti che si incontrano lungo i chilometri di cammino?

Muoversi a piedi è un modo di viaggiare di cui si parla molto, da Duccio Demetrio e la sua “Filosofia del Camminare” ( 2005) a Le Breton ed il famoso ” Il mondo a piedi” (2003) passando per il filosofo Gros (2013) e il suo elogio alle lentezza. Tutti ci raccontano come camminare sia aprirsi al mondo e scoprirsi parte di un universo che camminando entra a far parte delle esperienze individuali, trasformando il camminante ed il suo modo di essere e stare sul pianeta. Demetrio ricorda poi come, tornare a casa, spaesato e in parte ancora altrove, fa si che sia possibile ricomporre quanto pare scisso, un mix tra l’ essere qui e altrove nello stesso tempo che rende migliore il ritorno, perché non rigidamente legato a regole ma piacevolmente coccolato da una nuova elasticità.

Bruce Chatwin, che del viaggiare ha fatto il suo mestiere, raccontando notevoli esperienze, specie in Patagonia,  ci ricorda che in fondo:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.

Quindi viaggio come esperienza e non solo come turismo da villaggio vacanze o giorni di relax per staccare dalla fatica della propria normalità. Viene poi in mente, tra i viaggi forse più affascinanti, quello intimo che ogni terapeuta percorre con le persone che incontra nella sua professione. Un viaggio che porta a ritrovare luoghi passati, spesso abbandonati correndo e che invece si torna a visitare con nuovi occhi e con nuovi bisogni, mettendo in valigia il desiderio di imparare il proprio benessere da quei luoghi vissuti e sempre presenti nella memoria. Viaggio interessante e profondo quello che si affronta nel voler conoscere se stessi e nel volersi riconoscere in quanto spesso non ci si è permessi essere, viaggio da cui si fa ritorno sempre un poco più ricchi e con occhi sempre più capaci di vedere il bello di continuare a viaggiare.

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Marzia Cikada
Commenti
  • Federica

    Illuminante. Perchè in fondo mi riflette. Quanto vorrei fare del viaggio il mio lavoro. Ci sto provando, a piccoli passi. Chissà mai, se sarò una Psicologa itinerante del mondo.

    11 agosto 2013 at 10:34 Rispondi

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