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Perdono, il male l'ho fatto più a me. – Pollicino era un grande
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Perdono, il male l'ho fatto più a me.

Volete essere felici per un istante? Vendicatevi!
Volete essere felici per sempre? Perdonate!  
Henri Lacordaire

Viviamo immersi in relazioni, molte di queste sono estremamente importanti. Famiglia, coppia, figli, amici, colleghi tutte le persone che diventano parte della nostra vita possono farci del bene, arricchirci con le esperienze che condividiamo, il sostegno che di danno ma anche ferirci. E molte ferite non riescono a rimarginare. Allora, davanti ad una offesa vissuta come terribilmente violenta, ecco scatenarsi la rabbia, il desiderio di vendetta. La relazione è, quando non finita, incapace di trasformarsi, diventa dolorosa, pulsante nel male che ci ricorda ogni giorno, dolorosa perché se una parte di noi vorrebbe andare oltre, altro, di forte e urlante, lo impedisce. Ricordando che l’altro è stato carnefice del nostro star bene, che siamo stati, per lo più immeritatamente, colpiti. A volte l’altro siamo noi stessi. Siamo noi  che ci siam messi in una situazione difficile, che abbiamo commesso azioni che non ci piacciono, che non sappiamo essere come vorremmo.  In quei casi, che fare?

Il perdono in questi casi  è un necessario strumento terapeutico in grado di aiutare le persone a superare il rancore e ripensare al dolore vissuto in altra maniera. Ma si tratta di una scelta personale, spesso ostacolata dalla propria cultura familiare, dal malessere che si è vissuto, dalla profondità dell’offesa subita. Eppure perdonare aiuta anche lo stato fisico, ci si sente meglio, la pressione migliora, il cuore batte in maniera più regolare, si eccede meno facilmente nelle sostanze, ci si sente più forti. Ma nonostante il perdono sembra porti alla catarsi non è facile, per moltissime persone, andare oltre il dolore provato e sono emozioni come rabbia e risentimento a guidare le proprie azioni. Anche fino alla rottura. Perchè dopo una crisi o un fatto vissuto con malessere, le strade perseguibili sono sempre e solo due. Perdonare prima che diventi impossibile, andare oltre o avere per sempre davanti agli occhi il dolore provato, il ricordo del male vissuto. E seppure il concetto di perdono nasce in ambienti filosofico-religiosi, non stiamo parlando di quel tipo di perdono. Sebbene abbia qualcosa di sacro, ci si riferisce alla capacità di adattarsi alla situazione, di avere fiducia nella ripresa del rapporto interrotto da quanto accaduto. La capacità di donarci una nuova occasione con l’altro. E proprio di dono e perdono parlano   Scabini e Rossi, (2000)  in un loro testo dove indagano il peso di questo nelle relazioni familiari ma anche nel contesto allargato della società. Il dono del perdono diventa, allora, la possibilità di superare la colpa del peccato e riconciliarsi con il benessere psichico.

Ma se il perdono ripara e permette di ristabilire un nesso tra le parti, di ripristinare una energia comune, un’emozione che riprenda a fluire, perché è tanto difficile perdonare? Spesso è il rancore a manifestare il suo forte diniego al perdono. Una passione forte, quella del rancore, travolgente, che rende il dolore della ferita insopportabile perché mischia all’offesa la sua carica violenta. Il rancore è un’arma che di solito si affina in famiglia, passa attraverso l’educazione e le modalità relazionali vigenti, solitamente caratterizza persone  meno altruiste ma anche con una storia di ferite profonde, di grosse delusioni scritte nella propria storia familiare. Ecco che allora, il rancore diventa arma a salvaguarda della personale autostima ma anche a protezione della propria fragilità. Allontanando l’altro si vuole dare segno di forza ma spesso, il rancore brucia interiormente e lentamente, fino a fare del male soprattutto a sé stessi. Così ogni forma di perdono perché sia completa, necessita della capacità di dimenticare quanto accaduto, superandolo. Come scriveva G.Soriano in “Maldetti” (2007) ” Perdonare senza dimenticare è un perdono per gli altri, ma non per sé stessi.”

Invece, negli ultimi decenni, il perdono viene trattato in psicologia come un vero e proprio strumento terapeutico, agente di cambiamento e portatore di nuove possibilità. Nelle coppie per esempio, dove una ferita importante, che sia un tradimento, l’assenza in un momento delicato o la mancanza di sostegno davanti ad un fatto negativo, crei un disequilibrio, questo porta la bilancia del “potere relazionale” a pendere verso chi viene riconosciuto vittima o, peggio, si trasforma in un perpetuo tiro alla fune qualora nessuno voglia accettare la sua responsabilità nell’aver ferito l’altro. In questi casi, il perdono è l’unica, possibilità di ripresa e rilancio del rapporto. Ristabilendo una equa distribuzione del “potere” all’interno della coppia, rinunciando a giocare come più forte perché si è più sofferto, la coppia ritrova la possibilità di rischiare la vita in due, di puntare sulla relazione dove il peso delle decisioni sia di nuovo equilibrato e rinnovato. Terapeuticamente parlando, studi fatti sul finire degli anni Novanta (Mc Cullough) hanno sottolineato il potere del perdono non solo nelle  coppie in crisi ma  anche nelle donne che hanno vissuto il dolore di un aborto o di un abuso, in familiari di alcolisti o disabili o malati terminali.

Cosa significa quindi perdonare? Superare il risentimento che mina la possibilità di creare dello spazio nuovo per la relazione di fiducia, una possibilità di futuro. Questo può avvenire con sé stessi oltre che con un singolo altro o un gruppo sociale. Si tratta di riuscire a trasformare la rabbia e il rancore in compassione, empatia verso l’altro, capacitò di creare  o restaurare un sentimento amoroso. Lo psicologo della Louisiana, Mc Cullough (1995) nel suo testo  “Promoting forgiveness” scrive e propone questa definizione di perdono:

Il perdono è un complesso fenomeno affettivo, cognitivo e comportamentale, nel quale le emozioni negative e il giudizio verso il colpevole vengono ridotti, non negando il proprio diritto a sperimentarli, ma guardando al colpevole  con compassione, benevolenza e amore.

Per arrivare a vivere questa catarsi, si inizia con il comunicare il rancore ed il dolore provato per poi avere il coraggio di perdonare. E ce ne vuole molto, perché significa rischiare di nuovo la possibilità di essere feriti ma anche avere cura del proprio benessere personale ancor più di quello della relazione in oggetto. Infatti, se è vero che “ci sono quelli a cui perdoniamo e quelli a cui non perdoniamo. Quelli a cui non perdoniamo sono nostri amici” ( Henry de Montherlant), solitamente siamo noi stessi i più difficili da perdonare, quelli a cui meno la lasciamo passare liscia, i peggiori carnefici del nostro star bene.

Pollicino Chi non riesce ad andare oltre le ferite
L’Orco :  Il rancore
L’arma segreta : Cercare il benessere nel riconciliarsi con sé e l’altro da sé
Marzia Cikada
Commenti
  • meo..... laura

    si forse siamo noi stessi a non perdonarci…….buongiorno ……..marcello
    articolo molto interessante……….

    13 giugno 2013 at 7:41 Rispondi
  • Giordana

    bellissimo…

    13 giugno 2013 at 21:24 Rispondi

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