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Internet, bene o male siamo tutti nella Rete. – Pollicino era un grande
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Internet, bene o male siamo tutti nella Rete.

Ogni invenzione o tecnologia è un’estensione o un’autoamputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti e nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo.
M. MC Luhan
 

Non possiamo non dirci tecnologici. I nuovi media sono intorno a noi. Li usiamo e usandoli veniamo trasformati da loro. Non li usiamo e non usandoli questa nostra, magari anche beata ignoranza, ci definisce nello spazio che occupiamo. La psicologia ci fa spesso i conti. Studia, ricerca, analizza. Ma non solo nelle Università, la tecnologia entra a far parte delle relazioni, nelle coppie, nelle scuole, tra genitore e figli il ruolo del medium diventa sempre più tangibile. Si litiga in modo diverso, si comunica in modo diverso, si ama e corteggia in modo diverso, persino il sesso è stato cambiato negli anni dai mezzi di comunicazione e dalla nostra interazione con questi. Sempre più spesso i genitori sono confusi dal nuovo modo di studiare e fare attenzione, o non farne, dei loro figli. Le coppie discutono per sms, si lasciano su Facebook, si sposano online. Possiamo davvero prendere semplicemente le distanze da tutto ciò?

Domanda retorica è se sia possibile vivere nel mondo, o almeno nella gran parte di questo, senza farsi domande su come i mezzi di comunicazione hanno modificato il nostro modo di vivere. Un interessante libro a fumetti arrivato in Italia a gennaio 2013, racconta parte di questa storia attraverso la storia dei mezzi di comunicazione. Si tratta di un testo della giornalista americana Brooke Gladstone e del disegnatore Josh Neufeld dal titolo, piuttosto chiaro di “Armi di Persuasione di Massa”. Senza soffermarmi sulla storia dei media, vorrei invece dare spazio alla querelle stimolata anche in buona parte del libro. Il ruolo, cioè, che Internet sta prendendo nella nostra vita e su come modella il nostro futuro prossimo. Insomma, come la Rete cambi il nostro cervello e stia trasformando il nostro modo di leggere, informarci, fare attenzione. Nel 2008, un famoso articolo di Nicholas Carr, “Google ci rende stupidi” aveva sottolineato come l’uso dei media stesse modificando in peggio il nostro modo di affrontare il mondo, scegliendo le notizie in fretta e con superficialità, non potendo più essere capaci di concentrazione, non riuscendo più a capire cosa sia importante o no. Insomma, un terribile appiattimento della possibilità dell’uomo, confermate dal testo che lo scrittore ha prodotto nel 2011, “The Shallows, What the Internet is doing to our brains” sostenuto da diversi scienziati, che ritengono reale il pericolo che l’uso massiccio di Internet ( dal telefono al pc, passando per le chat, e-mail e Facebook) modifichi i nostri neuroni riprogrammando le nostre menti.  Ma è proprio e solo così? Le nostre relazioni saranno imperniate di superficialità? Avremo l’allergia alla ricerca profonda? Se è vero che l’utilizzo di medium sviluppa sempre alcune nuove capacità a discapito di altre, esiste sempre e solo una posizione? Non saremmo troppo superficiali proprio accettando semplicemente questa possibilità?

Per esempio, sembra reale il problema che Facebook, Twitter, Internet in genere, modelli i nostri rapporti facendo in modo di dare forza alle nostre posizioni.  Come? Per esempio, partecipando a gruppi dove la mia posizione sia l’unica permessa e concessa, dove quindi il “diverso da me” non trovi spazio o eventualmente, sia maltrattato da tutti. Pensiamo al malcapitato che decide di entrare in un gruppo di una tifoseria a lui avversa. Limitare le proprie possibilità di  confronto, farebbe in modo da diminuire la mia capacità di critica personale, quindi finisco con il demonizzare chi è diverso da me per qualsivoglia caratteristica, aumentando la facile caduta nell’estremismo. Ma questa non è una novità. E’ l’amplificazione piuttosto tipica dell’essere umano, che si protegge cercando il consenso e non il dissenso. Certo un conto è il gruppo di tifosi amici del bar, un conto una community di 2000 persone online. Il pericolo nasce nella mancanza di consapevolezza della ripercussione che l’unione di tante voci che urlino una sola e sempre uguale canzone possa avere dentro e fuori la rete. D’altro canto, le ricerche dello psichiatra Gary Small, arrivano a concludere che i soggetti più informatizzati sono i più intelligenti, parlando di “I-Brain” e di tecniche che possono permetterci di utilizzare le nuove strade neuronali a nostro favore. Quindi se è vero che la tecnologia cambia il cervello, non è detto che sia solo per renderci estremi e chiusi in un mondo isolato. Ci sono autori pronti a confermare il contrario. Come le ricerche di chi sostiene che la possibilità di incontro in rete, aiuta a superare certe forme di isolamento e che  migliora la resistenza al malessere ( per esempio, telefonare o vedere una persona cara per cercare sostegno non avrebbe risultati tanto diversi sulla diminuzione dell’ormone cortisolo da cui il nemico di sempre, lo stress). Lee Rainie sostiene che i blogger o in genere i frequentatori della Rete, sono più fiduciosi anche rispetto persone di altre razze, che essere social e connessi è una opportunità di lavorare con gli altri senza gerarchie, creare legami con persone diverse da noi,  vivere una vera “rivoluzione” che permetta di renderci più ricchi in termini di conoscenza ma anche autostima, insomma, più interazioni uguale più benessere sociale.

Cosa fare? Prendere una posizione o mixarle cercando di dare un senso al tutto? Rete, Social Network, E-mail stanno cambiando il nostro cervello come lo hanno cambiato la Tv, la Radio, il Morse, i segnali di fumo. Ogni volta che qualcosa cambia, tutto cambia. Non è necessariamente un bene o un male. Se, e sottolineo se, non si finisce con l’accettare acriticamente quanto avviene. Le opportunità arrivano  se ci diamo la possibilità di riceverle nel modo migliore, educandoci al nuovo senza dimenticarci del vecchio, senza rimpiazzare tutto ma adattando e scegliendo. Arriveranno sempre nuovi strumenti, il nostro cervello e il nostro modo di pensare, continuano a cambiare, non possiamo evitarlo o fare finta che non accada o peggio, tacciare tutto per un pericolo.  A ben guardare, se non rinunciamo alla nostra creatività per affidarci acriticamente alle macchine, se non lasciamo che altri pensino per noi, se usiamo il potenziale connettivo della tecnologia per crescere e sviluppare le nostre possibilità, se non evitiamo la vita in strada per chiuderci soltanto davanti ad uno schermo, tutto questo potrebbe “semplicemente” essere chiamata una forma di evoluzione. La tecnologia entra nei rapporti ma la nostra curiosità rispetto a noi stessi e agli altri parte ancora dalle nostre teste e dalle nostre pance. Non dimentichiamolo.

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Marzia Cikada
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