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Morire a 13 anni. Carmela sono tante. Purtroppo. – Pollicino era un grande
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Morire a 13 anni. Carmela sono tante. Purtroppo.

La morte non è nel non poter comunicare,
ma nel non poter più essere compresi.
Pier Paolo Pasolini

 

Ho sempre creduto nel valore della letteratura a fumetti. E anche in questo caso, non mi sono ricreduta. Prima mi ha colpito il volto in copertina, che sembrava chiedermi “perché?”. Perché non stessi facendo niente per dare sollievo a quegli occhi stanchi.  Poi, leggendolo, sono stati molti altri i colpi che mi sono arrivati. Io so’ Carmela, è un libro pubblicato dall’editore BeccoGiallo, sceneggiato da Alessia di Giovanni e disegnato da Monica Barengo. 160 pagine a colori che ci parlano di violenza, paura, fatica di vivere e finiscono con quel gesto estremo e reale che Carmela ha scelto per togliersi di dosso le emozioni tremende che provava.

La storia è vera, lei si chiamava Carmela Cirella ed è morta nel 2007. Era stata violentata a 13 anni ma non era quella l’unica violenza subita. Nel tempo a seguire Carmela non è stata ascoltata, né dai professionisti, né dalla pubblica opinione. E’ stata lasciata sola e la sua realtà è diventata sempre più un posto terribile dove vivere la sua vita adolescente. Carmela lentamente ha deciso di staccarsi da tutto quello che riempiva le sue giornate, di prendere il volo da tutte quelle parole che la giudicavano e la allontanavano da se stessa. Un volo che la portasse lontana dalle istituzioni che non  l’avevano ascoltata, lontana dalle strutture, dagli psicofarmaci somministrati senza domande, lontana dagli altri. Un volo lungo sette piani.

Il padre di Carmela ha creato una Associazione ( “Io sò Carmela”) per raccontare la storia di sua figlia che è figlia di altri genitori, che è la storia di altre Carmela. Perché purtroppo la violenza alle ragazzine non è finita. Sono moltissime le donne che vengono ogni giorno ferite, umiliate, violentate. Una ricerca ISTAT su 60.000 famiglie, condotta negli anni 2008-2009 riporta che la metà delle donne tra i 14 e i 65 anni hanno subito molestie di vario tipo. Non solo, l’ANSA parla di un milione e 400 mila che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni. Gli aggressori sono per lo più gente conosciuta.  la violenza per le Carmela di tutto la penisola non accenna a smettere.

Ma cosa succede dopo una violenza? Nella storia che conosciamo, quella di Carmela, la violenza ha cominciato a riempire di ansia ogni momento della giornata. Dopo un evento di questo tipo è normale che i ricordi tornino e interferiscano con il proprio vivere, un dolore che diventa più forte fino a decidere che si farà di tutto per farlo smettere. Uno stupro non passa via semplicemente con il tempo, uno stupro è un evento traumatico e aggressivo della propria identità, del proprio senso di coesione interna. Una violenza sessuale, per di più inflitta in età adolescenziale, ha bisogno di tempi di elaborazione giusti e di aiuto per cicatrizzare le ferite. Quando la nostra normalità subisce una violenza, un qualunque fatto ritenuto anomalo in relazione alla nostra vita, reagiamo sviluppando un Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). La letteratura ci dice che, specie se l’evento traumatico è un abuso, proviamo paura, orrore, ogni volta volta che ricordiamo le emozioni che abbiamo vissuto, ogni volta che riviviamo nella nostra memoria la violenza subita ( direttamente da noi o anche assistita contro persone a noi care). La nostra normalità viene a mancare. In quella definibile come fase acuta, abbiamo incubi, dormiamo male,  dolorose immagini ricorrenti ci inseguono, specie se restiamo nel contesto della violenza. Si diventa più irascibili, meno concentrati. Soprattutto nelle prime settimane dall’evento. O capita, a volte, che lo stress provato sia così grande che si reagisce provando a fare finta di niente, erigendo una finta maschera di normalità che cela una indicibile sofferenza. Nel tempo a seguire, si farà in modo di “aggiustare” il proprio mondo esteriore, per poter riprendere la propria vita da sopravvissuta. Ognuno in questa fase troverà il suo modo di reagire e ricostruire, accogliendo la sua storia personale e le possibilità presenti. Ci sono persone che sopprimono l’accaduto o lo minimizzano, chi non riesce a parlar d’altro fino all’esaurimento, chi cerca spiegazioni. Alcune vittime riorganizzano tutta la loro vita per poter fuggire da quanto provato con cambi di luoghi e visi.  Spesso questi tentativi sono accompagnati da problemi importanti, disturbi del sonno e alimentari, rabbia che non riesce ad esprimersi correttamente, isolamento dagli altri, difficoltà nel concentrarsi e nell’avvicinarsi anche solo all’argomento sesso. Ma se in queste settimane, se nei mesi successivi si viene aiutati correttamente, se siamo sufficientemente forti, lentamente la vita riprenderà i suoi colori, la sua normalità. Lentamente il senso di disperazione si attenuerà, gli sbalzi di umore diminuiranno, sarà possibile tenere l’ansia sotto controllo. La depressione, possibile compagna di strada in questi casi, sarà con il tempo superata. E’ la fase risolutiva del trauma, quando l’episodio vissuto perde potere sull’individuo, viene finalmente messo da parte per poter avere lo spazio necessario ad andare avanti. Il dolore, certo, non sparirà mai del tutto,  il ricordo sarà sempre in parte presente  ma saremo capaci di dargli un senso e uno spazio ridotto nella nostra vita.  Resteranno, è probabile, dei sintomi di quel dolore, ma sarà possibile affrontarli.

Ma cosa succede se questo non capita? Se la vittima non riesce a smettere di vivere come vittima, non riesce a fare il cambio, a sentirsi una che può farcela, se la donna ferita non trova sostegno belle istituzioni che dovrebbero prendersi cura di lei, non trova relazioni riparative, accoglienza, se la donna sente di non poter riparare la sua ferita? Può capitare che ci si faccia del male da soli per tutta la vita, autolesionandosi veramente, anche con azioni contro se stesse, come tagli o altro, come per far uscire il dolore, per punirsi di colpe che si sentono proprie, come disperate richieste di aiuto. Oppure si può pensare di voler morire. Pensieri che si fanno strada in corpi e menti ferite, pensieri subdoli che si nutrono di paura, solitudine, depressione e che lasciano le vittime isolate dal mondo, perché convinte che il mondo non le capisca più.  Oppure ci si può togliere la vita. Agire per liberarsi con la morte del peso di una vita che ferisce e affligge. Le vittime si uccidono. Come Carmela. Come tutte la Carmela che non ce la fanno.

E’ fondamentale che si lavori per prevenire la violenza. E’ fondamentale che si trovi il modo migliore per star vicino alle vittime di una così terribile sofferenza. Nessuna vittima dovrebbe sentirsi non ascoltata e sola. Non ci dovrebbe essere spazio per storie  come quelle di una ragazzina come Carmela. Eppure c’è e quello che possiamo fare è educare noi e  chi intorno a noi all’attenzione e alla cura. Perché non si muoia di violenza, perché la violenza non sia più un linguaggio possibile.

Pollicino:  Le tante Carmela che hanno subito una violenza.
L’Orco : La mancanza di un valido aiuto per ricostruire se stessi. 
L’arma segreta :  Trovare un modo, uno spazio, una relazione che dia ascolto alla sofferenza.
Marzia Cikada
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