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Dialogando con Psiche 5° – "Le emozioni del Care Giver"- – Pollicino era un grande
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Dialogando con Psiche 5° – "Le emozioni del Care Giver"-

Non v’è dubbio, che ogni condizione umana ha i suoi doveri. Quelli d’un infermo sono la pazienza, il coraggio, e tutti gli sforzi per non essere inamabile a coloro che gli sono vicini.
S. Pellico, Le mie prigioni

Si sta sempre meglio, si vive sempre di più. Si invecchia tutti. Perché, parafrasando lo scrittore Daniel Pennac, invecchiare è l’unico modo, che al momento si conosce, per non morire giovani. Con la vecchiaia arriva spesso la malattia, molto spesso la demenza. Che si chiami Alzheimer o Parkinson, che si chiami solo vecchiaia sono moltissimi gli anziani che si trovano a soffrire situazioni dolorose con malattie degenerative che non tornano mai indietro sui loro passi. Ma se ci si occupa degli anziani, non si possono dimenticare tutti coloro che cercano giorno dopo giorno di aiutarli, curarli, rispondere alle loro necessità. Si tratta dei Care Giver, coloro cioè che si prendono cura di genitori, mariti, mogli, cugini, zie, persone anziane che manifestino questa problematica. Ogni giorno sono moltissime le persone che per parentela o lavoro condividono il loro tempo con anziani spesso affaticati dalla loro malattia, persone amate che stentano a riconoscerli, che non ricordano il loro nome, che soffrono. Chi si prende cura non soffre di meno. E con l’allungamento della prospettiva di vita, saranno sempre più gli anziani malati e chi si prende cura di loro. Come aiutarli? Ne abbiamo parlato a Torre Pellice durante l’ultimo incontro di Dialogando con Psiche.

Innanzitutto, è importante avere alcune nozioni di base sulla malattia. Se l’Alzheimer è la più tristemente famosa, si dice che nel 2050 ne sarà colpita 1 persona su 85, sono molte le forme di demenza e malattia che facilmente vengono a contatto con la storia di una famiglia. Scoperta nel 1906 dallo psichiatra, neuropatologo tedesco Alois Alzheimer, appunto, questa forma degenerativa di demenza senile è la più comune e studiata. Ma di comune ci sono alcuni segnali per poterla riconoscere, i sintomi che presenta, il lento sbiadire della personalità lucida di chi ne è colpito e di dati sulle aspettative di vita dalla diagnosi ( una decina di anni). Non molto altro. Tutto il resto sono le singole storie delle famiglie colpite da questo male che cercano come sopravvivere. Come essere utili al malato e ancora prima, come accettare la malattia e i cambiamenti che questa porta come prima cosa nella persona cara e poi, violentemente, nella propria vita personale.
Negli ultimi anni si sta facendo più attenzione alle emozioni che vive chi si prende cura del malato. Molto spesso divisi tra le scelte del caso ( per esempio se cercare un istituto, pagare una badante o tenere la persona che ha bisogno di cure in casa propria), la tensione emotiva che porta con se la situazione, si fanno sempre più forti sentimenti di rabbia per la difficoltà di gestione della situazione, accompagnati da tristezza e solitudine, quando non una vera e propria depressione. Capita sovente che si rinunci ad una parte della propria vita per poter essere utile alla persona malata che ci si isoli dal mondo, per paura e vergogna del confronto o per non averne le forze. Ma chi aiuta chi soffre, soffre a sua volta.  Nascono progetti, come il Progetto Ring presente sul territorio piemontese fino dal 2007, luoghi di incontro ( come il Caffè Alzheimer a Torino) dove si cerca di costruire occasioni di incontro tra care giver e di fornirgli gli opportuni strumenti per tenere sotto  controllo le proprie reazioni emotive e di stress alla sofferenza insista in questi casi. Per esempio è importante imparare a riconoscere eventuali peggioramenti della malattia da “capricci” dell’anziano e dare a questi il giusto significato. Reazioni aggressive, insulti e accuse spesso pane quotidiano con malati di demenza, sono da riportare ad un quadro clinico preciso mentre capita che si pensi siano scelte del malato per maltrattare chi lo assiste. Essere informati sulle malattie, come sui farmaci ed eventuali effetti collaterali, riuscire a tenere sotto controllo le proprie emozioni, potrà sostenere tutta la famiglia laddove si viva la presenza di un malato di Alzheimer.  Mentre, quando i care giver sono soli di fronte al loro dolore, è facile che soffrano di conseguenze fisiche, psicologiche e sociali a lungo andare. Depressione, insonnia ma anche problemi nelle relazioni e problemi di salute a loro volta ( un eccesso di cortisolo può provocare ipertensione arteriosa, problemi di cuore etc).

Quello che si consiglia in questi casi e di non smettere mai di restare in contatto con se stessi. Sapere cosa fa soffrire aiuta a capire il proprio livello di malessere.  Diventa importantissimo farsi sempre domande su cosa si prova e  chiedere aiuto in caso si capisca che il livello di stress e sofferenza quotidiana sia eccessiva e non più sotto controllo. Se, infatti, si deve in parte imparare ad accettare l’ansia come meccanismo di adattamento alla situazione, riconoscere la propria personale maniera di reagire alle situazioni, permette di dare un senso nuovo anche in presenza del malessere, cercando di dare a tutto un posto, evitando di cadere nella trappola dei pensieri illogici e irrazionali che trasformano la quotidianità in un tormentare scorrere del tempo.

Sono moltissimi gli anziani che si prendono cura di anziani ( mariti, mogli, fratelli), cercando di ritrovare nella persona malata, quanto è irrimediabilmente andato via, trascinato dalla malattia. Sono storie delicate e di sofferenza estrema che spesso finiscono con provocare un dolore eccessivo. Viene in mente la storia di Anne e Georges, ottuagenari protagonisti del film “Amour” di Michael Haneke. Una coppia che viene piegata dalla malattia, che rimane umiliata da un dolore che lascia tutti fuori, nella storia anche la figlia dei due non riesce a sfrondare il muro che li circonda. E chiusi, nascosti al mondo ma non alla malattia, vengono lentamente cambiati e sopraffatti. Il dolore del marito che si prende cura della moglie è rassegnato e amorevole, finché esausto si arrende a lui. Se Amour è un film estremo, sono molte le coppie e le famiglie che nel dolore non riescono a chiedere aiuto e a trovare come superare la fatica di vivere ogni giorno prendendosi cura. Per questo, si auspica che si trovi sempre più uno spazio adatto  dove poter accogliere chi cura e offrirgli la possibilità di riprendere il contatto con il loro respiro e la loro vita.  Peccato che di questi tempi la sanità resti troppo spesso soltanto un buon auspicio.

 
Pollicino:  Chi si prende cura di un malato ( per legame affettivo o lavoro)
L’Orco : La solitudine, la rabbia, lo stress, la colpa.
L’arma segreta :  Conoscersi per accettare che, a volte, prima che degli altri abbiamo bisogno noi stessi di cura e attenzioni.
Marzia Cikada
Commenti
  • marisamoles

    A me, leggendo il post, sempre molto interessante, è venuto in mente un altro film: «Le pagine della nostra vita», di Cassavetes, tratto dal romanzo di Nicholas Sparks.

    Purtroppo la vita non è un film e io ho visto la malattia che ha colpito mia suocera negli ultimi anni della sua vita: ha messo a nudo tutto il rancore, il rimpianto, a volte l’odio per suo marito, facendomi capire che nei trent’anni di frequentazione della loro casa avevo assistito ad una magistrale messa in scena della perfetta felicità. Che tristezza.

    15 aprile 2013 at 14:35 Rispondi
    • Marzia Cikada

      Grazie come sempre per i tuoi contributi Marisa. Parli di un film veramente commovente, come commuove e rattrista quanto racconti della tua esperienza personale. L’augurio è di invecchiare liberandoci dei nostri rancori per noi e per risparmiarli a chi ci accompagna. Invecchiare potrà essere allora un più dolce cammino.

      18 aprile 2013 at 8:48 Rispondi

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