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Toglietemi tutto ma non la mia pistola. Psicologia dell'arma. – Pollicino era un grande
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Toglietemi tutto ma non la mia pistola. Psicologia dell'arma.

Quando in un racconto compare una pistola, questa prima o poi dovrà sparare.

Anton Cechov

Leggo sulla Repubblica, di qualche giorno fa, di una inquietante promozione. Siamo in Virginia e il signor Jae Laze, proprietario di “All around pizza”, ha avuto l’idea di fare lo sconto del 15% ai clienti che entravano armati nel suo locale. Il risultato è stato un 80% dei mangiatori di pizza ha avuto lo sconto. Perché questa idea? Perché il Presidente americano Obama si è messo in mente di fare delle leggi contro le armi d’assalto e a molti suoi connazionali la cosa non va a genio.
Verrebbe da chiedersi come sia possibile, in un Paese dilaniato tanto frequentemente da tragedie da arma da fuoco ( per citare le più rilevanti basti pensare ai massacri in Arkansas o a Denver, Blacksburg, Aurora, Newtown) avere ancora dubbi sul bisogno di mettere un limite al fenomeno. Perché non riescono a mettere un freno ad una cultura della violenza, manifestando con idee, come quella del signor Laze, il loro attaccamento all’arma? Il loro bisogno di ostentare il potere illusorio, quanto terribilmente reale nel suo cattivo uso, del possesso di una pistola o un fucile di fronte al mondo. L’arma diventa quasi un  manifesto di identità che fa talmente parte del quotidiano da entrare in pizzeria, il luogo della famiglia, dove ci si ritrova a fare due chiacchiere, a parlare del più e del meno. Abbiamo le ragioni del mercato, va bene. Ma se da una parte abbiamo chi le armi le produce, cosa succede dall’altra parte del bancone? Cosa muove gli acquirenti? A dicembre 2012 dopo le ultime tragedie ( ma non ultime), il regista del documentario “Bowling a Colombine” Michael Moore scriveva:

“Chi siamo? Siamo un Paese in cui i leader ufficialmente sanzionano gli atti di violenza e al momento stiamo utilizzando droni in una mezza dozzina di Paesi, spesso uccidendo civili. Ogni tre ore una donna viene assassinata e ogni tre minuti altre vengono violentate. Abbiamo ancora la pena di morte. Questo probabilmente non dovrebbe essere una sorpresa  visto che siamo una nazione fondata sul genocidio e costruita sulle spalle degli schiavi”.

Una violenza, quella secondo il regista, che ha radici profonde, che vive nelle singole famiglie e passa con il cibo perché non è imposta ma è scelta dai singoli gruppi familiari, chiusi e non parte di una comunità, che trovano nell’oggetto-arma la protezione magica da un esterno vissuto come pericoloso, un oggetto che però ha un profondo potere comunicativo dai tempi dello sceriffo John Wayne, la pistola innalza la persona, la rende illusoriamente più forte e potente. La realtà è che l’abuso di armi da fuoco è una delle cause primarie di morte nei paesi industrializzati ( OMS ) e senza guardare tanto lontano, in Italia sono quasi 5 milioni i possessori di armi, contando anche chi le utilizza a scopi ricreativi o sportivi. E’ possibile far convivere una cultura delle armi con una lotta alla violenza? Negli Stati Uniti, se da una parte viene portata avanti una politica di “tolleranza zero alla violenza, anche rinforzando un impianto di polizia visibile e repressivo, non sembra che ci siano in tal senso buoni risultati, mentre in Paesi come La Scandinavia, la Svizzera e l’Olanda il problema, specie quello della violenza giovanile, sembra più sotto controllo dando spazio ad una politica di maggiore tolleranza verso determinate devianze giovanili, come anche l’uso di certe droghe. Certo siamo in Paesi con un grado di benessere piuttosto diffuso ma possiamo immaginare non sia solo il reddito a far impugnare un’arma. In Italia, per avere un’arma occorre un certificato medico e uno di idoneità  psicofisica, ma le direttive non sono sempre chiare e spesso non si sa bene cosa guardare prima di accettare o meno una richiesta. Molti di questi dubbi, anche da parte di psicologi, sono manifestati sulla piattaforma del sito Ricercawar navigabile per comunicare e trovare informazioni in merito. Si tratta di un sito nato a Milano, dalla collaborazione della Sezione di Psicologia-Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biomediche con la Cattedra di Criminologia Clinica della Facoltà di Medicina. L’obiettivo è fare ricerca e prevenzione, non trovarsi impreparati nella gestione di persone a rischio di uso improprio delle armi. Il sito RICERCAWAR, che si definisce non un sito contro le armi ma di prevenzione del loro abuso, non è molto conosciuto ma basta leggere i pareri di alcuni professionisti che lo hanno utilizzato per capire quanto bisogno di chiarezza ci sia in questo campo.

Ma a parte la prevenzione dall’abuso di armi, manca ancora una chiara consapevolezza sulla cultura del loro uso. Molti padri armano le mani dei loro figli. E’ solo per insegnare a difendersi? Non ci sono davvero altri modi con cui proteggere i ragazzi? Come viene vissuto il mondo esterno da queste famiglie se il primo passo per entrarci dentro è quello di entrarci armati? Suicidi e omicidi con l’arma di ordinanza sono piuttosto frequenti anche in Italia, avere un’arma in mano significa qualcosa. Non facciamo finta di niente. Non è un simbolo di forza, semmai di possibilità dell’uso della violenza, anche contro se stessi. E la violenza è il linguaggio del debole, di chi non riesce o non sa spiegare se stesso, non ha spazio per i suoi bisogni nè per incontrare l’altro. Ci si nasconde dietro un’arma perché non si è capaci di insegnare che se ne può fare a meno. Se Freud interpretava le armi bianche come prolungamenti del pene maschile (o della sua invidia nelle donne) è chiaro che l’arma da sempre non è mai stata solo un oggetto che difende. Ma è più sottilmente un simbolo di desiderio sessuale quando non di repressione della libido e della sua trasformazione in pulsione violenta. L’arma è la concretezza di una forza materiale imposta,  chi la possiede stabilisce diseguaglianza tra se ( armato/pericoloso) e l’altro ( disarmato/vittima). Avere  un’arma mette in una falsa posizione di superiorità, falsa perché non guadagnata dall’incontro con l’altro, non si è forti ma si è caduti vittime in prima persona della violenza. Questa illusione di potere allontana dalla realtà e crea una distanza terribilmente a rischio di divenire condizione di abuso. Una distanza che permette di uccidere.

Dove non vi è educazione all’arma, sempre che possa esserci, questa diventa il nuovo linguaggio.  I ragazzi che hanno causato molte delle tragedie riportate all’inizio del post, i fucili e le pistole se le sono portate a scuola, il luogo dove vivevano maggiormente, dove si erano formati, dove avevano costruito parte di se stessi ma anche dove si erano sentiti attaccati, vittime del mondo per cui non erano all’altezza perché indifesi (non armati). D’altronde la cultura familiare da cui provenivano spesso era incentrata sulla presenza (quindi possibilità di utilizzo) dell’arma come biglietto da visita per presentarsi. Ma invece di affrontare il loro malessere, loro gli hanno sparato. Ma si può uccidere il dolore? Verrebbe da dire di no, visto che solitamente dopo aver causato la morte altrui, i ragazzi che uccidono, uccidono anche se stessi. Era davvero l’unica possibilità di farsi sentire quella di sparare? O forse era l’unico linguaggio pensabile perché riconosciuto da tutti come “vincente”? Di certo l’aggressività espressa in forma violenta è collegata alla cultura che si respira e alle esperienze che si fanno e aumenta o diminuisce a seconda del contesto. Ma insegnare la violenza non limita l’aggressività, che naturalmente possediamo, l’aumenta come aumenta lo stato di eccitazione sotterraneo che la mantiene viva, la nutre, la trasforma da energia che comunica in violenza che distrugge. Esercitare violenza produce inclinazione alla violenza, parlare di armi le inserisce giorno dopo giorno nell’immaginario comune. Un’arma veramente potente contro l’abuso delle armi sarebbe smetterla di farne, venderne, insegnare ad usarle e sostenere invece altri linguaggi, di condivisione, incontro, possibilità,

Pollicino:  Bambini nati con la pistola in cucina
L’Orco :  Chi crede che il più forte è quello con la pistola
L’arma segreta :  Imparare che ci sono armi, come il mediare con l’altro e il comunicare, altrettanto feroci di un fucile anche se non lasciano cadaveri sul pavimento.
Marzia Cikada
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