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La Violenza della Normalità. – Pollicino era un grande
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La Violenza della Normalità.

Se un giorno si vuole essere una persona, bisogna tenere in onore anche la propria ombra.
F. Nietzsche

Nel mio mestiere c’è una domanda che, inesorabile, mi porta un mezzo sorriso. Si tratta di quella domanda che inizia con ” Dott.ssa, ma secondo lei è NORMALE che…..”

Passiamo i giorni a cercare la maniera migliore di essere normali. Spesso pronti a sacrificare sull’altare della normalità quanto ci rende diversi, la nostra stessa essenza in cambio della possibilità di dirci uguali.

MA UGUALI A COSA? DIVERSI DA CHE?

Normale è un concetto statistico. La curva gaussiana rappresenta un norma, la forzatura dei numeri a suono di “uguale per tutti”. Ma potremmo davvero dire che il valore della maggioranza è sempre un valore etico? La natura stessa, non si nutre e sopravvive nella diversità?

Voltaire aveva un bel dire che siamo tutti “impastati di debolezze e di errori” e che era la stessa natura a chiederci di perdonarci reciprocamente le nostre mancanze. Non risulta cosa facile, a proporlo sembra che poi gli “strani” siano noi. Professionisti che, secondo alcuni, dovrebbero rendere tutto omogeneo interessati a quanto invece omogeneo non è.

Ammettiamo anche che la “timidezza” dello psicologo, ancora in alcuni casi affetto dal un vago senso di inferiorità rispetto al medico, invece di valorizzare il suo valore aggiunto, la sua peculiare attenzione all’imprecisione, sempre più spesso si uniforma a un altisonante desiderio di scienza esatta. E’ allora un piovere di diagnosi, pratiche dal sapore manipolatorio, collaborazioni con medici e psichiatri per sempre più richieste di farmaci, rincorrendo la presunta normalità di quanto è accettato, deciso come accettabile.

Il risultato è spesso di una terribile paura dell’imperfezione, il timore di non essere limpidi e lineari, di non farcela a diventare un prototipo di virtù. Altro che un mondo di “tenere imprecisioni” come lo raccontava J.L.Borges, il bisogno di “normale” attanaglia da entrambe le parti, chi la chiede e chi la offre. la normalità diventa quanto si deve raggiungere, il traguardo obbligato di un modo di pensare, di una cultura che teme la creatività come l’errore.

Fromm (“Dalla parte dell’uomo”) parlando di etica autoritaria contro quella umanistica, introduceva nel 1971 il concetto di normopatia, una vera e propria patologia sociale in cui ci si riduce ad essere controllati secondo regole non proprie aderendo ad un modello non nostro ma desiderato come portatore di normalità/conformismo. La normopatia diventa sempre più un esito delle passioni tristi (come la definirono Benesayag e Schmit ) che si vivono in questa epoca, l’illusione di una vita senza rimorsi e senza rimpianti, che ci faccia dimenticare che la vita ha sfumature di complessità, una vita quasi automatica, dove sia più facile la fuga piuttosto che la  resistenza e la consapevolezza dei propri limiti. Normopatia come adattamento ( che sia passivo o sofferto) ad un modo di essere non realmente proprio, che non appartiene all’individuo. Il rischio che si corre, esigendo la normalità è quello di perdere l’ umanità con il mistero che la circonda.

Mario Mastropaolo, docente di Psicologia generale alla Federico II di Napoli, parla di  “responsabilità sociale”  dello psicologo, come necessità che questo tipo di professionista riesca ad andare oltre una educazione all’uniformità, avendo ben chiara e proponendo una visione complessa della realtà, visione realizzabile grazie ad una conoscenza estesa e non solo dedita all’obbedienza, all’apprendimento di nozioni e al controllo, come, lo stesso docente, ritiene sia al momento la formazione accademica. 

Il concetto di sbagliato come qualcosa da correggere, da rifare meglio deve essere utilizzato con moltissima cautela, perché invece molto spesso è nelle stesse delicate imperfezioni che riposa l’eccezionale dei singolo individuo. Il volersi correggere diventa spesso pericolosamente vicino all’indurirsi, alla rigidità che non permette il dialogo, al seccare la propria ispirazione vitale all’esistere. Se è vero che alcune fragilità possono essere segnale di difficoltà, prima che evolvano in patologie, la risposta non deve essere metterle a tacere, ma ascoltarle e trasformare il dialogo con loro in una possibilità di crescita personale, in linea con il proprio modo di stare bene, senza il bisogno di rinnegarle.

Cercando la normalità come un bene perduto ( o negato) non ci si accorge di quanto sia bene utopico, irreale, a cui tendere senza poterlo raggiungere mai completamente se non al prezzo del proprio mistero, delle proprie peculiarità. Voler decifrare tutte le emozioni, ogni intima inflessione della voce dell’anima, si risolve in un dramma umano, si traduce nella perdita di quella poesia che non possiamo decifrare mai completamente, la stessa che rende la vita un viaggio sempre degno di essere fatto. Per dirla con E. Borgna ( 1994)  “Non ci sono cure che possano modificare e normalizzare stati d’animo che sono radicati nella condizione umana” e, magari, è meglio così. Conoscere le proprie fragilità, accettare le proprie emozioni, definirsi nel mondo secondo la propria storia, questa è la complessità a cui dobbiamo avvicinarci senza indugi per la paura di essere imperfetti. Semplicemente, lo siamo. Tutti meravigliosamente imperfetti, con buona pace della normalità.

Pollicino:  La paura dell’errore
 
L’Orco : Tendere acriticamente ad una uniforme normalità
 
L’arma segreta :  Accogliere la propria ombra imperfetta e vedere cosa ci racconta
Marzia Cikada
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