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Ci penso e ci ripenso…ovvero del rimuginare…. – Pollicino era un grande
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Ci penso e ci ripenso…ovvero del rimuginare….

La mente confusa è la mente che, rimuginando sulle cose, si congela in un punto.  Nel non restare in alcun luogo, la mente abile è come l’acqua.  La mente confusa è come il ghiaccio. Quando il ghiaccio si scioglie, diviene acqua e scorre ovunque.
Anonimo

Capita che in certe notti non si riesca a dormire. A volte anche durante il giorno non si trova pace, i pensieri, e sempre certi pensieri, continuano a far capolino mentre si tenta di fare le proprie cose. “Penso troppo” si dice, senza a volte avvedersi del tutto che quello che si sta facendo è rimuginare. Non pensare. E siamo di fronte a due mondi diversi. Se pensare ha l’obiettivo di trovare una qualche risposta, anche dolorosa ma risposta, una fine che lo completi, il rimuginare è fine a se stesso, non conosce termini e non teme il tempo, si potrebbe rimuginare all’infinito. Eppure molto spesso il Rimuginare accompagna le nostre giornate.  Certo in piccole dosi è normale, a volte è “uno stile” ma quando si presenta in forma eccessiva e continuativa senza che se ne abbia alcun controllo, allora dovremmo cominciare ad occuparci diversamente della cosa, facendo spazio alla possibilità che si sia in un terreno problematico.

Rimuginando fermiamo il nostro tempo in un continuo passato, restando inchiodati a quello che è stato per una ipotetica paura di un futuro vissuto come negativo e minaccioso. Seppure ci si giustifichi motivandosi che si rimugina su ieri per passare a domani, in realtà quello che capita è che si perde il presente e il futuro resta sempre troppo lontano, perché il rimuginare non ha nessuna voglia di scegliere una soluzione e sta ben comodo con quanto lo circonda, ripetendosi eternamente senza mai arrivare da nessuna parte.  Si rischia di diventare passivi attori della propria vita, sempre presi in un vortice di pensieri sempre uguali  e di perché retorici che non cercano risposte reali. Spesso per trasformare questo rimuginare occorre una spinta, un desiderio di diventare attivi che ci permetta finalmente di passare a pensare alle risposte e occuparsi di noi pro positivamente, senza restare bloccati dalla preoccupazione delle minacce che ci sono fuori dal recinto protetto del “non funzionerà” spesso ben più terrorizzati dalla possibilità di pensare che, in fondo, “potrebbe anche funzionare”.

Tecnicamente si tratta di un Disturbo d’Ansia Generalizzato, un processo che si ripete e con l’apparente fine di evitare problemi futuri immobilizza nel passato, senza possibilità di sciogliere i nodi che lo stesso rimuginare crea. Dando una chiave di lettura univoca e negativa, capace anche di giustificare se stessa, rimuginare finisce con il bloccare, inibire qualunque altra forma di pensiero attivo. Quindi il problema non si risolve, non si elabora l’emozione che lo ha creato e noi siamo fermi senza poter passare oltre. Questo finisce con l’avere un impatto anche sulla personale salute, si perde il sonno, ci si trova cronicamente tesi, anche il cuore ci rimette.  Se poi si rimugina in due, come può capitare in certe coppie, l’ansia pervade la quotidianità della relazione, si passa il tempo a ripensarci e si perde la possibilità di ogni evoluzione. Chi rimugina teme il peggio che crede possa avverarsi, questo lo rende insicuro, il pericolo sembra sempre dietro l’angolo e farla finita con questo modo di affrontare ( non affrontando) la realtà non è facile qualora diventi dichiaratamente patologico, perché il circolo vizioso che crea, che si nutre di timori ed ombre ha un immenso potere.

Del rimuginare si sono occupati molto di cognitivisti, interessanti i lavori di Lorenzini, Sassaroli, Ruggiero che propongono di rendere “i rimuginanti” consapevoli dei loro comportamenti facendogli osservare cosa mettono in atto per mantenere il loro modo di non pensare, facendo in modo che le condizioni ambientali a cui si relazioni siano sempre più limitate,  rinforzando un comportamento diverso, opposto al primo e quindi adattivo, positivo per spostare l’attenzione e la vita della persona sul presente, quel tempo dimenticato in cui tutto di può trasformare. Borkovec, Wilkinson, Folensbee e Lerman, che si sono occupati del Rimuginare negli anni Ottanta, indicavano come soluzione intanto, imparare a conoscere ( e quindi riconoscere) il proprio personale modo di rimuginare, dedicandogli anche del tempo, e poi di cominciare a distinguere i pensieri cronici legato al rimuginare e diversificarli da quelli che invece permettono di essere “usati” utilmente nel presente.

Recentemente, si è studiato come Rimuginare sia collegato uno stile educativo genitoriale iperprotettivo e a quanto sia ritenga il Rimuginare non solo efficace ma anche impossibile da controllare ( credenza metacognitiva). In questo studio di Spada, Caselli, Manfredi et. (Un. Cambridge, 2012) si è sottolineato come sembri che un bambino iperprotetto, che abbia avuto difficoltà se non veri e propri veti, nell’esplorare il mondo esterno, possa crescere con una maggiore facilità al rimuginare. Inoltre, questa mancanza di esperienze, porterebbe le persone a credere non ci siano altre soluzioni, valutando in maniera positiva l’unica strada conosciuta, quella della paura e del rimuginare. Si ritiene che avere il controllo e restare passivi nell’atto circolare e senza uscite del ripensare sia protettivo rispetto ad un futuro crudele e spaventoso. Una possibile via di uscita? Non sentire il rimuginate come una ineluttabile necessità ma come qualcosa che ci si concede, smettere quindi di pensarci in continuazione sentendosi costretti ma permettersi di vivere dei momenti di preoccupazione, accettare l’ansia che questi portano nella quotidianità finché questa non perda parte della sua forza. Sentirsi liberi di preoccuparsi, dedicare alla preoccupazione un tempo circoscritto, uno spazio in cui si sia liberi di esserlo e cominciare a pensare sul serio. Evolvendo lentamente verso il presente, concedendosi poi lo spazio mentale al cambiamento, per se e nelle proprie relazioni, fino ad accettare un ruolo da protagonisti dove la paura non sia svanita ma abbia lasciato il palcoscenico anche ad altre emozioni, positive e creative. Un percorso complesso, lungo ma con allettanti doni pronti ad essere afferrati alla nostra portata, come un nuovo benessere, una miglior salute e migliori relazioni.

Pollicino:  Quella voce che ci dice di non smetterla di preoccuparsi!
 
L’Orco :  La paura che blocca
 
L’arma segreta :  Accettare un tempo per la preoccupazione per dare spazio al presente
Marzia Cikada
Commenti
  • antonello carusi

    La mia personale esperienza m’induce a credere che il “rimuginare”
    (quella che la vecchia psichiatria tardo ottocentesca definiva “ruminazione
    intellettuale”) sia una forma di “difesa” psichica volta a mantenere un certo
    equilibrio, per quanto insoddisfacente.
    E’ la difesa di un “mondo”, o se si preferisce di una “rappresentazione” del mondo che ci è più familiare, che non vìola certe premesse affettive che
    l’educazione, l’imitazione, a volte un’identificazione più o meno riuscita con le figure genitoriali in primis, hanno portato ad interiorizzare.
    Difficile che una simile attitudine, essenzialmente “conservativa” per quanto
    al contempo “disadattiva”, possa mutare per effetto di uno sforzo di
    volontà esercitato dall’io.
    Gli sforzi dell’io sono sempre orientati ad incrementare il senso
    di “controllo” sulla situazione, mentre uscire dal pensiero rimuginante è espressione di un fallimento, in tal senso.
    La “creatività”, che spesso tanto ci piace rivendicare come una “nostra” capacità, è un processo che in larga parte esula dal controllo dell’io.
    Anche le “dottrine” psicologiche, sono essenzialmente un prodotto dell’attitudine controllante e razionalizzante dell’io, e ciò mi porta a dubitare circa l’esistenza di “strategie” più o meno codificate di fronteggiare il problema.
    Nelle parole del poeta:
    “L’ergastolo è buio,
    la dura trama è d’incessante ferro,
    ma in qualche cantuccio della tua cella
    può esserci una svista, una fenditura.
    La strada è fatale come la freccia,
    ma nelle crepe sta in agguato Dio”

    (J.L.Borges, “Per una versione dell’ I King”)

    Un saluto

    A.C.

    17 gennaio 2013 at 11:28 Rispondi

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