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Vita di Pi – Pollicino era un grande
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Vita di Pi

 
La fede non si può comprendere; il massimo a cui si arriva è poter comprendere che non si può comprendere.
Søren Kierkegaard
 

“Vita di Pi” è  un film con dentro molti altri film. Bisogna solo scegliere a quale tra tutti prestare i propri occhi, le proprie orecchie, a quale dare fiducia e ascolto. C’è il film artistico, quello degli effetti speciali, quello che affronta il rapporto con la natura, quello che parla di avventura, quello che cerca un senso, quello che va oltre. E bisogna scegliere quale guardare, o ci si perde. Il film è tratto da un romanzo dello scrittore canadese Yann Martel pubblicato nel 2001 e subito divenuto un buon successo di pubblico.

Lo stesso Martel dice che al momento di scrivere Pi, cercava “una storia con la S maiuscola”, capace di dare una direzione alla propria vita.

Il film, diretto dal Premio Oscar, Ang Lee è uscito nel 2012. Io non so se ci aiuterà a dare una direzione alla nostra vita ma sicuramente, solletica la nascita di riflessioni diverse, stupisce, emoziona, trascende se stesso in diversi momenti e apre la porta a interrogativi importanti. Chiaramente non voglio svelare o parlare troppo della trama, dirò quello che potreste leggere ovunque, un ragazzo indiano si salva dal naufragio dove ha perso tutta la sua famiglia, saltando su una scialuppa e deve affrontare una difficile convivenza in mare con una tigre del Bengala dal nome di Richard Parker ( nome scelto da Martel in onore dello scrittore Edgar Allan Poe e di una sua storia). Quello di cui voglio scrivere invece, è parte di quanto la visione della pellicola mi ha sussurrato durante la visione.

Il valore del dolore ed il coraggio di trasformarlo in altro, il non arrendersi davanti alla sfida anche quando siamo di fronte ad una prova intensa e il potere magico che ci permette di distruggere il peggiore degli orchi crudeli ( come molto spesso è la realtà) e ci sostiene per andare oltre.

Capita, che quello che ci accade sia troppo crudele perché la si possa sostenere con facilità. Allora, ognuno usa o inventa il suo modo di superare il male che sente. Davanti al trauma ( di qualunque natura sia) siamo tutti chiamati a trovare una risposta, una qualunque risposta che ci renda possibile continuare, che dia un senso alla perdita, al dolore, al malessere che scopriamo dentro. Le possibilità di risposta sono molteplici e legate alla nostra storia personale, al nostro contesto, a quello in cui crediamo. Purtroppo, non tutte sono equilibrate, utili, risolutive e a volte possono risultare inefficaci. Altre vanno “risistemate”, migliorate perché davvero diventino utili. Il protagonista del film crea il suo modo speciale di superare un momento terribile, trasformando quanto non è possibile guardare in altro che può aiutarlo, non solo a sopravvivere ma anche a crescere e a raccontare la sua storia.

Il valore metaforico dell’immagine, della storia che viene raccontata diventa una poesia che commuove per la sua tenerezza e ferisce per la sua verità.

Verità su cui il narratore ci interroga per tutto il tempo, per permetterci di scoprire che non ne esiste mai una soltanto  e che i dati di fatto sono sempre solo una parte della  storia.

Vi è nel film, una riflessione sul potere conservativo e creativo dell’aggressività, non solo quella della rabbia delle mani, che ci permettono di difenderci anche andando contro noi stessi, ma quella delle parole e della fantasia che ci avvicina al mondo, (aggredire, in latino “aggredi”, etimologicamente significa “andare verso”), lo rende vivibile, risana le ferite.

E, se certamente “Vita di Pi” è un film sulla fede,  il giovane protagonista è talmente curiosamente attratto dalle domande della religione da essere indù, cristiano e mussulmano nello stesso tempo, la fede di cui si parla non è quella cieca del dogma e dei divieti bensì è una fede al servizio della vita, un senso del legame religioso più che una religione. Una fede che desidera, un credere nella possibilità che tutto, anche il dolore, abbia infine un senso. Ed è in quella fede che ci viene chiesto di aver fiducia e attraverso questa, di scegliere quale è il significato che vogliamo dare alla nostra vita.

Allo stesso tempo, ci viene mostrato qualcosa che solitamente ci porta al giudizio e alla colpa in un ottica da cercatori di significati, usando occhi diversi da quelli consoni.

Ci viene chiesto di dare un nuovo sguardo alla nostra stessa parte peggiore, quella che non pensavamo di avere, quella che ci spaventa quando la sentiamo presente e, dopo averla guardata, ci viene suggerito di metterla alla prova, finché attraverso lei si ascoltino storie altrimenti mai narrate.

Storie che, alla fine, ci permetteranno di guardare con tenerezza alla nostra debolezza e ad accettarla, liberandoci di lei, come ci si libera di qualcosa che non serve più.

Alla fine sta solo a noi scegliere a cosa credere.


Pollicino:  Il naufrago perduto che siamo

 L’Orco :  La parte peggiore di noi, la nostra paura
 
L’arma segreta : Trovare il nostro unico e speciale senso della storia

 

Marzia Cikada

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