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Andersen che credeva nelle favole. L'importanza del C'era una Volta. – Pollicino era un grande
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Andersen che credeva nelle favole. L'importanza del C'era una Volta.

Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno. 
H.C. Andersen

Le favole. Che bella invenzione. Bello il potere di inventarne. Metterne insieme i pezzi, creare una storia che rimbalzi di stato in stato, di età in età, nei secoli. Andersen,  è forse uno degli inventori di favole più conosciuti al mondo della fiaba moderna. La Sirenetta, il Brutto Anattroccolo, la piccola Fiammiferaia e molte altre, sono ormai parte del mondo fantastico e non solo e dell’immaginario di molti adulti e bambini. Oggi di questo autore si parla per il ritrovamento fatto della sua probabile prima fiaba, “La candela di sego”, scritta a soli 15 anni, fiaba di scambio, scritta come dono per una signora di Odense da cui voleva avere libri in prestito, prima di lasciare la sua città natale per recarsi nella capitale danese alla ricerca di fortuna. Una favola scritta presto. Dopo una infanzia segnata da tradizioni e racconti, da una natura ricca di colori e leggende  ma anche da disgraziati accadimenti che impressero un tono terribile e tragico nelle sua storie. Il lutto del padre a soli 11 anni, un uomo stravagante e desideroso di storie che lo spingerà giovanissimo a leggere racconti come “Le mille e una notte”. Una madre anziana e presto alcolista, una famiglia non facile, certamente con problemi economici. La sua produzione, ricchissima, certamente si è nutrita della sua storia personale, delle difficoltà, della natura, degli affetti che si spengono ma anche della determinazione dello scrittore, che ha sempre continuato nel perseguire il suo obiettivo.

Ma che valore hanno le favole? Dove risiede l’essenza della loro immortalità? Nel mondo del bambino, la favola rappresenta uno strumento speciale con cui incontrare il mondo, restare in contatto con gli adulti, giocare con la fantasia. Ascoltare fiabe, meglio se lette dagli adulti di riferimento, diventa un rituale, un momento piacevole di stimolo e apprendimento. Andersen, come anche i Frateli Grimm, ha scritto storie spesso forti, senza troppo indigiare solo a raccontare il rosa della vita. Storie capaci di far fantasticare anche sugli aspetti dolorosi, oscuri, di far vedere il lato spaventoso e doloroso della vita. Qualcosa che le riproduzioni Disney hanno cercato di cambiare, spaventati dalle sfumature, ossessionati dal lieto fine.  Ossessione che però ha fatto sì che molte storie venissero snaturate, perdendo la possibilità di offrire in maniera protetta per il bambino, un confronto fondamentale con l’altra parte del mondo, quella cattiva, buia e spesso presente insieme a quella buona in ogni fase della crescita.

La favola è da sempre uno strumento terapeutico, in maniera consapevole o inconsapevole. Non raramente le persone si raccontano tramite favole o prendendo a prestito immagini tratte da queste, le favole sono materiale da test ( pensiamo alle Favole della Duss) ed hanno una forte valenza educativa nel senso che sono capaci di indicare un percorso per diventare grandi o maturare, superando gli ostacoli spesso raccontati con toni altisonanti e magistrali.

Se lo stesso vivere che non è che un lungo racconto, la favola consente una rielaborazione cognitiva dell’emozione così come l’associamo a come noi viviamo il trauma e così facendo ce lo rende “presentabile”, affrontabile. Ci avvicina agli altri, migliora l’immagine che abbiamo di noi, non solo fragili creature ferite ma protagonisti capaci di costruire attivamente una nuova evoluzione, un diverso finale.  Il tutto con grandi quantità di creatività, di intrattenimento. Risorse sempre utili per rinforzare il nostro essere capaci di star bene. Da Bruno Bettelheim ed il suo Il mondo incantato” le favole sono diventate strumenti per aiutare i bambini nella crescita. I bambini, spersi nel tentativo di dare spiegazioni al continuo rinnovarsi di domande e interrogativi sulla vita, trovano nell’animismo delle fiabe un valido compagno di giochi, un elemento portante, una possibile soluzione. I principali problemi dell’esistere diventano semplici da capire nelle favole, bisogni come quello di essere amati, di sentirsi adatti, di non soffrire, la paura della morte e del dolore trovano nel racconto fiabesco un esemplare modalità di trattazione.

Tornando ad Andersen, mi vengono in mente alcuni dei suoi personaggi pù conosciuti e le interpretazioni che ne sono state fatte. Per esempio, il Brutto anattroccolo, storia del cucciolo che si pensa un anattroccolo e viene deriso e allontanato per la sua bruttezza fino a diventare un magnifico esemplare di cigno. Favola sulla trasformazione che mostra come le ferite possono diventare altro nel momento in cui si passa oltre, crescendo, realizzandosi diversamente in piena soddisfazione con se stesssi. Favola del trauma della non essere accettati che diventa una sfida e come tale mette in moto le risorse che si hanno fino alla propria nuova affermazione.

Nella Sirenetta ( secondo la lettura dell’analista junghiana Mariagrazia Crema), abbiamo un altro forte personaggio, stavolta femminile, ormai parte dell’immaginario collettivo. La Sirenetta ci racconta il senso di appartenza alla famiglia, del dolore di andare contro questa, del sacrificio che porta alla crescita interiore seppure ad un prezzo molto alto. Quì, la principessa dei mari, una giovane quindicenne, si innamora di un principe e per stare con lui fa un patto con la Strega del Mare per avere una pozione che le dia gambe al posto della sua coda di pesce, pagando con la sua voce. Fare innamorare il principe sarebbe una soluzione ma non riuscendo, la salvezza sarebbe ucciderlo, cosa a cui la spingono le sorelle. La ragazza sirena non accetta e muore, dissolvendosi e trasformandosi poi in brezza. E’certamente, sulle prime, una fiaba triste, sulla difficoltà di raccontarsi, di dire, di sapere chi si è. La sirenetta cerca di allontanarsi dalla sua famiglia, dal suo mondo per raggiungere la conquista dell’anima, di una vita altra. Ma in questo è osteggiata dalla “madre negativa” che la priva della possibilità di parlare, della voce. Come è possibile in questo modo superare la scissione, realizzarsi completamente, appartenere al mondo desiderato? Eppure in quel finale che appare così triste, la sirenetta divenuta brezza, può manifestare se stessa, piangendo ma riscattandosi, mettendosi contro il richiamo delle sorelle, diventando unica.

Abbiamo poi Il soldatino di piombo immagine dell’intrepido combattente per l’amore della sua bella ballerina di carta, pronto a tutte le sfide, anche le più difficili per seguire il suo obiettivo ( personaggio che un pò ricorda lo stesso Andersen che dall’infanzia seguiva il sogno di scrivere) e la storia di Scarpette Rosse, storia di una ragazzina sfortunata e vanitosa, prigioniera delle sue scarpette rosse, dalla cui bellezza è ossessionata, che la fanno ballare inesorabilmente fino alla decisione definitiva di farsi tagliare i piedi da un angelo. La ragazza rinuncia a delle scarpe di stracci fatte a mano da una anziana benefattrice, rinuncia cioè alla vita che aveva e alla percezione dei limiti  per avere delle scarpette che rappresentano l’eccesso, il selvaggio senza regole fino al dover perdere i piedi, quanto ci tiene, la base e al lento recupero della sua identità, della sua storia, per concludere la propria vita serenamente.

Sono molte le figure create dalla fantasia e dalla storia personale di Andersen che sono diventate nel tempo riferimento di adulti e bambini. Il ritrovamento della sua prima favola ci ricorda che le passioni che iniziano da giovani, se curate con la giusta dedizione, possono trasformarsi nella realtà dell’età adulta grazie anche ad un coraggio da soldatino di piombo e alla capacità di sacrificio per guadagnare se stessi di una timida principessa dei mari.

Pollicino: Il sogno che si aveva da bambini
 
L’Orco :  Smettere di crederci
 
L’arma segreta : La creatività e la costanza
Marzia Cikada
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