Top
L'Abbecedario del Terapeuta – B come Buio – Pollicino era un grande
fade
479
post-template-default,single,single-post,postid-479,single-format-standard,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

L'Abbecedario del Terapeuta – B come Buio

A volte, di notte, accendo una luce per non vedere.
Antonio Porchia, Voci, 1943
 

Si parla molto del bello e del buono della luce.Ma dei pregi del buio? Facilmente si scrivono odi alle meraviglie ci si vedono di giorno, ma cosa dire di quelle che accompagnano la notte?

Il buio è dove la fantasia può trovare chi l’accompagni  e lentamente inventare la luce.  Al buio abbiamo il tempo di sentirsi respirare e non confusi dalle forme, annusare l’essenza delle cose. Il buio non significa che non ci sia nulla da vedere, ma che non sappiamo quali meraviglie si nascondano, le stesse meraviglie che una luce troppo forte finirebbe con il celare. Nel buio ci è permesso “vedere” con i sensi del tatto, dell’olfatto, dell’udito. Quando avremo una nuova idea di quello che la stanza nasconde, ma non ha rubato, allora potremo accendere la luce e stupirci. Stiamo parlando di terapia. Stiamo parlando del buio che dovremmo avere dentro di noi, per accogliere ogni nuovo incontro, ogni nuova storia.

Perchè non c’è incontro peggio riuscito di quello che sappiamo già cosa ci aspetta e non permettiamo di presentarsi al nostro ospite, perchè crediamo già di saperne i gusti, gli usi, le stesse parole con cui accompagnerà il suo nome.  Capita che il terapeuta tema il buio. Lo lascia disarmato davanti all’estraneo. Invece, così come il silenzio, il buio è un alleato che sa bene quando lasciare il posto alla luce e,  se ben utilizzato, permette di creare un incontro reale, soddisfacente per tutte e due le parti, il professionista e la persona che per un qualche motivo è andato ad incontrarlo.

Il buio dello psicologo è anche la capacità di sospendere il giudizio. Astenersi, quindi, dal determinare da subito, una valutazione sui pochi elementi che necessariamente la persona che si incontra potrà consegnare alla nostra attenzione. Anche perchè, diciamolo, spesso si mostra quanto si crede sia necessario far vedere, quanto ci hanno insegnato a far vedere, anche la nostra malattia, se è quella che ci caratterizzato per tanto tempo e se ci lasciamo sviare dalla semplice prima immagine, magari faremo anche una ottima diagnosi, ma perderemo la persona, molto probabilmente le sue peculiari risorse, sommerse solitamente dietro etichette già scritte da tempo.

Chiaramente questo non significa non avere il dovere di essere preparati.  La preparazione è un dovere del professionist. Significa, piuttosto, non lasciarsi imbrogliare da quello che sappiamo. Anche sospendere il giudizio è una competenza che si impara. Un processo che permette alla mente di formare la sua idea in modo morale ed etico, trovando man mano che la persona che incontriamo si spiega a noi, le informazioni che possono permetterci di aiutarla, di conoscerla, di costruire qualcosa insieme.

Il pregiudizio è l’altra parte.  Sapere tutto prima ancora che questo si manifesti. Sapere che una persona è dipendente, aggressiva, tenera, debole prima che questa loro dipendenza, aggressività, tenerezza, si trasformino in azioni, in problemi per la nostra relazione con loro o nella loro con il mondo.

Non confondiamo però il pregiudizio con la sensazione della prima impressione, che non è una etichetta, ma in quanto sensazione è labile e soffusa. Da questa possiamo trarre intuitive domande, per noi stessi, per chi incontriamo. Se in un primo incontro con persone apparentemente molto padrone della situazione, abbiamo una intuizione di malessere, di inappropriato, allora chiediamoci perchè. Seguiamo la sensazione, ma senza lasciarsi trascinare, con attenzione, in punta di piedi, come dietro ad un indizio incerto.

Perchè è utile il buio in terapia e perchè metterlo nell’abbecedario del terapeuta e non solo nel suo? Perchè troppa luce invade la visione reale, sovrasta le linee, i confini, confonde. Sapere troppo bene cosa cercare e cosa si andrà a trovare, specie all’inizio, inibisce la ricerca stessa, immobilizza una onesta possibilità di cambiamento, incastrandola in qualcosa di probabilmente già visto e vissuto da entrambe le parti. 

Invece, il fine di un buon incontro terapeutico è il cambiamento. Un cambiamento che si muova verso un maggiore benessere, una maggiore possibilità di capire quali sono le proprie, a volte, in immaginate risorse per star bene e anche meglio, con la propria vita.

Spesso, quella piccola illuminazione, quella genuina visione, o diciamolo anche tecnicamente, l’insight che si ha durante un incontro terapeutico, che offre la possibilità di vedere altro, non trova posto a sedere tra il terapeuta e il suo ospite se non c’è lo spazio per quel buio che spegne la luce e ci concede di vedere, nonostante l’oscurità, le risorse rimaste in ombra e solo nell’ombra, quindi, visibili. Il passaggio dal piano razionale, so cosa non va, a quello emotivo, sento nel profondo cosa ho bisogno di cambiare, è un passaggio doloroso. Per questo si chiede aiuto nel volerlo affrontare, perchè una parte di noi, sola, non potrà mai concederselo quel dolore. Ma se riusciamo ad entrare in stanza al buio ( metaforico, si intende) e a tastoni cercassimo la luce, e solo dopo aver pensato a lungo a cosa ci piacerebbe vedere, accendessimo una lampada, probabile che avremmo di fronte al nostro sguardo una stanza diversa da quella che ci avrebbe accolti se tutte le luci fossero state ben accese sin da subito.  Eppure, è da quel primo  nuovo impulso a vedere diversamente le cose, che comincia un nuovo percorso, un momento positivo di crescita che ci mette in condizione di affrontare diversamente tutto. Non una magia ma un passo fatto con tutta la forza che possiamo mettere nel piede.  Perchè da quella prima orma nel terreno si inizi un cammino verso il benessere.  Solo dopo questa presa di consapevolezza, si può godere della luce, sebbene sarà una luce faticosa, perchè ci indicherà la strada del cambiamento e, nel bene e nel male, cambiare è una immensa fatica.

Il buio del terapeuta è sapere che le certezze non servono e i punti di riferimento vanno costruiti storia per storia, cercandoli dentro di noi, scoprendoli lentamente per non restarne spaventati. Affrontandoli insieme con chi incontriamo nei nostri studi. Nella nostra vita.

Perchè come scriveva E. Rostand ” È di notte che è bello credere alla luce “.

Pollicino:  Il terapeuta 

L’Orco :   L’eccessiva convinzione nel vedere tutto e subito

L’arma segreta :  Il buio che ci offre una nuova visione

Marzia Cikada
Commenti

Scrivi un commento