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Psicologi, spaventati guerrieri. Psicologia e Politica Professionale, la Strana Coppia? ( 2° parte) – Pollicino era un grande
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Psicologi, spaventati guerrieri. Psicologia e Politica Professionale, la Strana Coppia? ( 2° parte)

 La politica è l’arte del possibile.
Tutta la vita è politica.

Cesare Pavese

Dalla politica si fugge, di questi tempi. Ce ne sono molte ragioni, che non si tratteranno in questo spazio. Ma il fatto è che dalla politica si fugge, le persone si ritrovano con riluttanza a pensarla come un male necessario, a cui si partecipa da lontano, senza entusiasmo, perchè tanto non cambia niente. Invece cambia. Eccome.

Se poi usciamo dall’idea di politica come strumento di governo di un paese ed entriamo nella variegata idea di politica professionale, le cose cambiano ancora di più, soprattutto per una categoria, come quella degli psicologi, che sempre più sembra afflitta dalla sindrome del pulcino nero e smorza i suoi entusiasmi assai prima di altri professionisti, perchè tanto gli psicologi non li vuole nessuno.

La politica professionale per gli psicologi è una grande risorsa. Occuparsi di come promuovere, sostenere, sviluppare la psicologia, permette in primis allo stesso psicologo di lavorare sull’immagine che ha di sè stesso come  professionista e subito dopo, di contribuire ( e il con richiama chiaramente al bisogno di farlo con i colleghi) a promuovere quella che oggi può essere la figura dello psicologo nella realtà, pur difficile, del mondo del lavoro e , forse ancor prima, dell’immaginario collettivo.

Andiamo per gradi.

Politica è una gran bella cosa se la smettiamo di dargli le facce ormai svuotate di significato della mera politica di governo, con i suoi slogan e le sue pecche e torniamo alla sua essenza, quella che non si è trasformata nonostante i cambiamenti subiti nei decenni. Per Aristotele politica è l’amministrazione della “polis” della città, impegno a cui tutti i cittadini sono chiamati a partecipare attivamente in quanto tutti possono portare avanti e sostenere la comunità arricchendola di significati condivisi. Quindi la politica è tutto, come dice Pavese. E’ uscire dalla solitudine per incontrare l’altro, risolvere i problemi che il vivere comune propone, trovare alternative, creare una cultura che rifletta i significati che si vogliono portare avanti, definirsi rispetto ai governi vicini, difendere peculiarità, tutelare le fragilità ed evidenziare le risorse, che sempre ci sono, per trovare il proprio modo di essere polis, città, governo, comunità.

Oggi il singolo cittadino si sente tradito, la collettività smania perchè non sempre si riconosce in chi dovrebbe rappresentarla, la cosa pubblica viene amministrata spesso senza che ci sia una informazione pulita in merito, senza rispettare  dettami e regole che si erano teoricamente costruite insieme eppure i cittadini faticano a reclamare, perchè il senso di essere una comunità, quel senso che unisce e da forza, vacilla. Si smette di essere cittadini e ci si ritrae, sottraendosi a quello che delude, trasformandosi in singole persone, perdendo il potere di contrattare un diverso reale.

Ecco, se invece di politica leggiamo politica professionale e al posto di cittadino leggiamo psicologo, vi ho appena illustrato cosa si intende per politica professionale. Con una differenza, i cittadini la voglia e la capacità di contrattare il loro desiderio di politica e di partecipazione alla politica, lo stanno perdendo, per gli psicologi non c’è praticamente mai stato. Questo ci pone nella positiva situazione in cui possiamo costruirlo nel modo più confacente ai bisogni della categoria.

La politica professionale dello psicologo ha bisogno della capacità professionale ma anche amministrativa degli psicologi, della volontà di costruire strumenti ad hoc per coinvolgere la società, per favorire una buona scelta, per sollecitare riflessione, avanzare richieste lecite di tutela da parte degli istituti preposti alla difesa della professione ( l‘Ordine degli Psicologi).

L’Ordine ha il compito di proteggere la possibilità dello psicologo, libero professionista e non, di lavorare nella tutela, in modo che lo psicologonon si senta solo nel suo praticare la professione,  sappia di muoversi in un campo protetto, perchè l’Ordine è lì a dare confronto e conforto ( quanto meno giuridico) su temi importanti. Sostenere i giovani e accompagnare i senior. Lo fa? E se non lo fa, o non lo fa come piacerebbe lo facesse, cosa si fa?

I temi caldi dello psicologo, prima e dopo la formazione universitaria, sono molteplici, qualche esempio? Il tirocinio, l’assicurazione e i limiti della sua obbligatorietà, come farsi pubblicità, come costruire la propria immagine professionale in maniera puntuale e non generale e poco riconoscibile, la formazione continua, le scuole di psicoterapia e specializzazione in genere, come riconoscerle, come avvicinarsi a quella più adatat, le tariffe,  i modi di lavorare insieme, in team tra professionisti, quali sono i nuovi campi dove è presente un bisogno di psicologia e come raggiungerli, come sviluppare forme di associazionismo etc.

Di essere una professione giovane lo sappiamo, si è già detto.  La professione di psicologo nasce nel 1989 e solo da quell’anno si è regolamentata e nella sua giovinezza appare ancora confusa, fatica a barcamenarsi tra norme interpretabili e un mondo del lavoro diverso anno per anno, mentre i ” nemici” oscuri personagio con magari meno etica ma una capacità di vendersi piena e propositiva, si fanno sempre più sfacciati. Senza metterci che il proliferare esagerato di una cultura psicologia divulgativa e generale stile Focus, non me ne abbiano gli appassionati lettori, rende tutti un pò psicologi mentre quelli veri sono in casa immobilizzati sul non saper che fare. Come uscire da questa empasse? Come riconoscere le potenzialità lavorative (  lo psicologo fa fatica a legare la sua figura a situazioni altre dalla terapia, per esempio), come fare gruppo, appartenere ( come scrivevo nella 1°parte di questa lunga riflessione)?

Facendo politica professionale.

Smettendola di preoccuparsi del futuro per occuparsi del presente.

Primo. Costruire la propria visione di politica per la professione. Che significa informarsi su quello che si muove intorno alla figura dello psicologo. Vedere come funzionano Enpap e Ordine degli psicologi della propria regione. Capire che in quelle stanze si decide del proprio futuro lavorativo prima e  previdenziale poi. Non sono solo soldi da pagare ( e molti direi) ma che quei soldi sono il tramite attraverso cui si deve avere un servizio corrispondente ai propri bisogni e se il servizio non c’è bisogna farlo notare. Costruttivamente, diventando promotore attivo di cambiamento per la propria soddisfazione professionale. Questo è possibile dopo aver rifletttuto sull’atteggiamento che si ha rispetto al proprio ruolo nella società, al modo in cui ci si confronta con la realtà, al come si finisce con il giustificare la fatica che fanno molti a trovare il proprio posto in merito alla magica parola “crisi” che finisce con il piegare lo psicologo a svolgere spesso la sua attività a titolo gratuito dove altri invece continuano a farsi pagare.

Secondo. Confrontarsi con gli altri e scegliere, se esiste, un gruppo di riferimento. Agire soli non è risolutivo.  Porta fatica e scarsi risultati. Se c’è un caso in cui l’unione fa la forza è questo. Lo psicologo, proprio perchè giovane storicamente, deve costruire il suo senso di appartenere ad una dignitosa categoria professionale incontrando i colleghi.  Prima magari tramite Internet ( mailing list, gruppi tematici, collegi vicini di casa) e poi faccia a faccia, confrontandosi fuori dal proprio studio o ufficio.  Una Associazione che tenta da qualche anno a muovere pensiero, rinfrescando il trucco alla psicologia, facendola entrare dove era meno presente ( nel mondo del marketing, per esempio), cercando di promuoverla è Altra Psicologia (AP). Si tratta di un  movimento di pensiero fondato da Nicola Piccinini ma non solo, con l’intento di mettere in moto gli psicologi e con loro la psicologia. Se alcuni risultati sono  visibili, molto è ancora il lavoro che si propone di fare.  Oggi, intanto, AP è  presente in quasi tutte le regioni italiane e si propone come interlocutore tra psicologi e enti. Per esempio proponendosi per le elezioni Enpap. Oggi AP è riuscita ad entrare in alcuni Ordini ( in Lombardia sono molte le attività che hanno cominciato a fare e anche solo la comunicazione del sito pare ben più diretta e fruibile di altri), organizza incontri anche nella mia regione, il Piemonte, e mette in contatto psicologi, soprattutto giovani ma non solo. Certamente i temi che tocca sono quelli di cui tanto si parla, per esempio, da un estratto del progetto Altra Psicologia tratto dal sito di AP Piemonte:

  • Centralità dei problemi occupazionali
    La centralità della questione impone lo sviluppo di nuove prospettive professionali e di promozione della professione.
  • Tutela delle fasce deboli
    AP è contraria alle divisioni interne e si muove in generale a favore della coesione della professione e in particolare a tutela dei colleghi in situazione di crisioccupazionale e di ruolo.
  • Formazione post lauream
    Si desidera valorizzare le scuole di Psicoterapia che liberamente adottano elevati standard culturali, comportamentali ed etici nei confronti degli allievi e che promuovono comportamenti altrettanto etici di questi ultimi verso i pazienti.

    AP è promotrice di un codice di autoregolamentazione denominato “Carta Etica” per le scuole di Psicoterapia.
  • Tutela dei confini professionali

Si tratta di un movimento con cui concordo in molti principi e acui chiaramente mi sto interessando ma , certamente, potrebbero essercene altri, se ne potrebbero costuire, volendo. L’importante è restare attivi, creare movimento. Dare alla psicologia un posto definito. Nella visione di una politica vche significih realizzare. Fare in modo di ottenere il possibile, mirando però ad ottenere il sogno, perchè la professione dello psicologo è ardua da raggiungere, costa sacrifici e impegno, se si è scelta questa strada una qualche folle fede da qualche parte nello psicologo c’è. Va scovata, lucidata e portata in società.

Perchè se è vero che “la politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere” come scriveva Bianciardi in La vita agra, già nel 1962, la politica è anche il campo più fertile dove, spendendo le proprie energie, si può ancora ottenere un risultato. Bisogna però seminare il giusto e curare in prima persona che la pianta nasca ben dritta a favore della luce.

Marzia Cikada

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