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Psicologi, spaventati guerrieri, l'appartenenza ( 1°parte) – Pollicino era un grande
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Psicologi, spaventati guerrieri, l'appartenenza ( 1°parte)

L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L’appartenenza
è assai di più della salvezza personale..
è quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
 
G.Gaber
Sono una terapeuta. Non me ne vergogno. Farò male? Ho studiato quanto un medico, ma con meno facilitazioni, mi sono formata, non a buon mercato,  ho fatto tirocini, a mie spese, esperienze a titolo gratuito, persino ora offro gratuitamente la mia professionalità, se lo ritengo opportuno e professionalmente compatibile. Sorrido degli stereotipi. La classica lettura “se ha fatto psicologia è perchè ha problemi in famiglia” mi solletica una parata fantastica di architetti cresciuti senza casa, stilisti vestiti in tuta per tutta l’infanzia, medici ipocondriaci e pasticcieri diabetici. Che poi, in alcuni casi, sarà anche stato vero. Uscita d’Italia sono rientrata perchè alla fine mi piaceva il mio lavoro e a farlo fuori dallo stivale, non era mica uguale. In un momento in cui molti professionisti non sono tutelati e fanno le valigie alla ricerca di un futuro migliore può sembrare ingenuo. Eppure io continuo a non arrossire.
Parlo con i colleghi, quelli che lavorano un pò, quelli che lavorano ancora meno, quelli che vorrebbero lavorare. Si parla di crisi, d’altronde chi non ne parla, anche in fila per I-phone è argomento che va per la maggiore. Difendono le possibilità offerte dal lavoro gratis, messo dentro iniziative che si paga tutto, ma lo psicologo no, quello è gratis. Il che, oltre che cacofonico, risulta peraltro concettualmente impossibile, visto che il concetto stesso di lavoro contempla la retribuzione e mancando questa non si lavora, si passa il tempo, si gioca, si rende il mondo un posto migliore, ma non si lavora.
Penso all’iniziativa dello psicologo in farmacia presente in Piemonte e non solo, lodevole progetto, perennemente pilota,  per cui colleghi si accapigliano per far colloqui gratis per 4 mesi. Così uno, magari, tra una aspirina e uno sciroppo per la tosse, può provare a fare anche un colloquio, anche solo per vedere l’effetto che fa. Tanto non si spende niente!
C’è disorientamento e sbando tra gli psicologi, appesantito da solitudine e una cultura ancora fortemente medica, dove cura è sinonimo di medicina, dove lo psicologo è la ciliegina sulla torta, più una decorazione che un ingrediente, qualcosa che se c’è è un valore aggiunto ma se manca, alla fine,  non è la fine del mondo.
Eppure, si fa poco. Perchè?
Se quello che manca è una cultura psicologica condivisa, perchè non la creiamo noi psicologi? Non solo lavorando (pagati) con criterio, etica, preparazione ma anche costruendo con gli altri colleghi un ruolo professionale riconosciuto nella sua utilità, chiedendo agli organi preposti le garanzie per la quali erano nati, il sostegno alla professione e alla promozione della stessa che dovrebbe essere il loro obiettivo quotidiano. Oppure, se accettiamo la poca utilità dell’Ordine e del sistema autorizzatorio della professione da questo messo in essere, perchè non lavoriamo per costruire una figura dello psicologo accreditata e non da barzelletta, inserendo la professionalità dello psicologo nella quotidianità grazie al nostro saper fare e non solo facendo la lotta a un esercito sempre più fiorente di pseudo psicologi che psicologi non sono, un esercito variegato avvalorato proprio dal fatto di non avere, loro, regole perchè senza Ordine, quindi liberi di svilupparsi e proporsi come credono e insieme, non osteggiato dall’Ordine degli psicologi, che invece esiste ma non si fa troppo sentire, tanto che sorge il dubbio circa la sua reale utilità.
Ho riflettuto su noi psicologi.
Siamo una creatura giovane cronologicamente, eppure vecchia nell’agire.
Un pò come nel racconto di Francis Scott Fitzgerald, Il curioso caso di Benjamin Button  ( 1922) dove il protagonista nasceva anziano e ringiovaniva crescendo. Lo psicologo degli inizi era combattivo quanto quello odierno è spaventato e poco attivo e per lo più appaia disinteressato alle sorti della sua professione. Invece di rendere la sua immagine più forte, si ritrae. Fatica a collaborare con i colleghi, non si riconosce nel suo Ordine Professionale ma non si azzarda a fare della politica che lo renda più utile e lo trasformi in modo che ci si possa riconoscere anche lui.
Sarà cha la psicologia nasce solo nella metà dell’800 con il tedesco Wilhelm Wundt che diede alla materia corpo e dignità scientifica, anche grazie ad una ampia produzione di testi e materiale, tra cui i Fondamenti di psicologia fisiologica editi nel 1873. Nato giovane, lo psicologo è stato produttivo, combattente, ha creato teorie, prassi, ha mosso pensiero, in Italia, ammettiamolo, un pò meno, ma neanche tanto, sarà che qui, alla fine c’era sempre il parroco  Da giovane, lo psicologo era saggio e furente, girava il mondo, cercava i suoi simili, carteggiava con il collega della vicina nazione, si metteva a tavolino, si costruiva possibilità, c’era un mondo da conquistare e sebbene non fossero in molti, sapevano per certo di avere molto da fare per guadagnarsi un posto riconosciuti a fianco di medici e affini. Poi, crescendo, lo psicologo si è fatto più fragile. Si è esponenzialmente moltiplicato, tanto che è difficile per tutti noi non conoscerne almeno una manciata. Eppure, invece di trovare vigore dall’essere moltitudine, si è indebolito, ritirato in un cantuccio, abbandonando il campo alle Istituzioni che avrebbero dovuto proteggerlo e invece, per lo più, si son messe a fare gli interessi di pochi. Essendo diminuito il lavoro ha smesso di parlare con il collega per timore gli rubasse un cliente. Fermo ai vecchi tempi, quando essendo in pochi bastava una targa fuori dalla porta e le persone arrivavano, si è seduto in poltrona ed ha aspettato, senza pensare che nel frattempo il mondo cambiava modo di comunicare e parole come marketing, social network, web site arrivavano a bussare anche alla sua porta. Finchè, rattristato dalla mancanza di richieste e dalla poca fiducia che molti riconoscevano al suo mestiere, invece di reiterare i suoi sforzi, cambiare strategie, analizzare problemi per trovare nuove soluzioni, si è reso invisibile, allontanandosi dal mondo, escludendosi, lasciando al suo posto solo la ricevuta del pagamento di un obolo al suo Albo di appartenenza, così, per poterlo ancora dire in famiglia che era psicologo, mentre cercava un lavoro altro. Anche perchè, lavorasse o no, l’Albo la sua parte la richiedeva sempre e uguale.
Oggi, minacciato da professioni, per lo più inventate, che con parole accattivanti annunciano il potere di cambiare la vita, consigliare il giusto, potenziare e rendere splendente anche la più critica delle esistenze, lo psicologo, raramente partecipa, dice la sua, non si sente gruppo con gli altri. Anzi, sembrerebbe che il gruppo degli psicologi, così sfumato nelle sue differenze, variegato, ricco di pensieri e metodi diversi, non senta di appartenersi. Eppure è una grande comunità quella degli psicologi, un gruppo con una forza potenziale enorme ma pressochè  inerme nel concreto.
Nonostante siamo tutti rappresentati da uno stesso Albo, pare che ogni psicologo sia un individuo separato, manca quel sentimento di appartenenza che permette di condividere con gli altri, sentendosi ben accetto, parti di se.
La mancanza di basi comuni ( pensiamo alla miriade di approcci ed epistemologie diverse nelle scuole di terapia) non permette di identificarsi con i colleghi, come se essere psicologi, da solo, non bastasse. Anzi. parafrasando  Esiodo, che chiaramente non aveva idea di cosa fosse uno psicologo, ma un filosofo sì, come “il vasaio odia il vasaio, il costruttore il costruttore, l’accattone evita l’accattone e il cantante il cantante”, così lo psicologo si tiene alla larga dal collega.
Il punto di inizio è essere psicologi al di là delle categorie e delle specializzazioni. E, se lo psicologo è un uomo e come diceva Aristotele “L’uomo è per natura un animale politico”  allora lo psicologo è un animale politico come gli altri e da questa idea di politica si deve ricominciare a guardare il mondo.
Politica come determinazione di uno spazio pubblico a cui partecipare per amministrare il condiviso, la città vissuta,  il territorio collettivo, dove amministrare significhi dare ascolto, elaborare idee, fare azioni definite con il fine di promuovere, sostenere, sviluppare.
Da diverso tempo si cerca di risvegliare e unire gli psicologi, di ogni provenienza e formazione, in modo da poter trovare insieme la direzione in cui orientare le proprie energie. Come suggerisce la psicologia delle folle, sembrebbe il momento di trovare una missione comune, anche dall’obiettivo irrealizzabile, ma che sia in grado di risvegliare la parte sopita di tanti professionisti, che li faccia uscire dai loro studi, quelli che hanno la fortuna di averne, e li unisca in un sentimento comune di appartenenza. Un gruppo fatto di diversità ma che oggi vive la stessa difficoltà per cultura, cattiva amministrazione, mancanza di tutela. Un gruppo che non attenda il messia salvifico, portatore di spiacevoli conseguenze, bensì si attivi individualmente e agisca in gruppo, sentendo, nell’agire comune, una possibilità di crescita.
Raggiungere l’indipendenza dalle altre categorie, ma essere riconosciuti come professionalità autonome, capaci di lavorare con gli altri, non come ciliegina sulla torta, ma come ingrediente fondamentale della stessa, in un ottica  che sia anche di prevenzione del disagio e quindi di risparmio di risorse economiche. Quanti progetti post manifestazione del problema, prescrizioni farmacologiche, percorsi terapeutici e giuridici, si potrebbero evitare con una buona politica di prevenzione basata sulla sinergia di professionisti psicologi con altre professionalità?
Eppure invece ci far risaltare le proprie peculiarità ed eventualmente lavorare per formare laddove ci sia bisogno di una reale e consapevole formazione psicologica, lo psicologo si accanisce semmai contro il nemico ( le nuove professioni) ma non si unisce e non fa movimento con il gruppo, attendendo tutela da organismi immobili e per lo più disinteressati alle reali esigenze di quelli che sono suoi iscritti. Sembrerebbe necessaria allo psicologo di oggi quella esperienza del noi,  nel senso in cui ne parlava lo psicoanalista George Klein (1976), un “noi” che significhi insieme appartenenza e separazione, integrazione tra il  sé e il senso dell’altro, in modo da essere allo stesso tempo autonomi e  parte di un gruppo che crei identità sul territorio.
Da terapeuta, non arrossisco ad ammettere il mio confronto quotidiano con i colleghi, nella pratica privata (con l’intervisione) e nel voler costruire una psicologia reale e riconosciuta dal quotidiano come parte integrante. Oggi non essere soli deve essere una priorità. Un buona politica professionale, che unisca gli psicologi, può essere il modo di entrare nel mondo e prendere il posto che non è possibile siano altri ad occupare.
Fine 1°parte
Marzia Cikada

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