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Se gli uomini preferiscono le bionde, le donne preferiscono le torte…. – Pollicino era un grande
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Se gli uomini preferiscono le bionde, le donne preferiscono le torte….

Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo.

Stanisław Jerzy Lec


Ci sono domande che ci si fa per gioco ma diventano molto serie se ci si prende il tempo di rispondere onestamente. Tipo riflettere su come cambierebbe la vita senza una tal persona o una tal altra, se il mondo diventasse un posto in bianco e nero o senza musica, se per caso ci venisse confermato l’avvento dell’Apocalisse. Uno ci ride sopra, ma poi sarebbe bene sedersi a riflettere sulle risposte.
La domanda, in effetti, è stata fatta. Suonava proprio in questo modo ” E se mancasse un anno all’Apocalisse?” Le risposte sono state raccolte in 16 Paesi europei dalla GFK-Emer per National Geographic Channel  per il lancio di un programma TV su più di 4000 intervistati.

Vorrei tralasciare la paura, ormai tangibile e visibile,  su  pelle e discorsi di tutti, rispetto alla crisi economica ( che però resta il peggior incubo solo dei Paesi come il nostro) paura che porta al desiderio di ritorno all’agricoltura e fa ritenere la Germania il paese protettivo in questo senso. Sarebbe invece interessante, riflettere su come i grandi apparati che sembrano definire il quotidiano del Paese, e di certo ne suggestionano e indirizzano la cultura, parlo di Stato e Chiesa, sono  ritenuti inaffidabili dalla maggioranza, quasi il 60% per la precisione, che ritiene che la sola salvezza sia nel “chi fa da se fa per tre”.  Ma non lo farò in questo caso. Infatti,  mi hanno colpito, professionalmente di più, due informazioni.

La prima notizia ci racconta che davanti alla fine del mondo, tutti, uomini e donne, lascerebbero il lavoro e si dedicherebbero a viaggiare o in famiglia.

La seconda riguarda la differenza si nota tra uomini e donne. I primi sembra dedicherebbero molto tempo al sesso, mentre le seconde si metterebbero a mangiare.

Andiamo per ordine.

Primo. Il lavoro è la quasi sempre la prima cosa che chiediamo degli altri, per conoscerli, e proponiamio di noi, per farci conoscere. Ci rappresenta, ci definisce, ci offre identità.

Nei secoli, l’idea di lavoro è cambiata. Secoli fa il lavoro era roba da schiavi. Solo dopo il 1700 il lavoro è diventato una attività in grado di migliorare la soddisfazione personale delle persone, creando servizi per la comunità, realizzando progetti e dando lustro alla figura sociale del lavoratore che produce e si afferma e non solo deve mantenersi.  L’indipendenza economica, lo status e i riti tra le classi sono diventati fondamentali. Basta pensare a quanti “si sono fatti da soli”, investendo in fatica nel loro lavoro. Diventare importante per il proprio lavoro ha sacrificato spazio ed energie spostandole dall’identità personale a quella lavorativa. Oggi molto spesso si dipende dal lavoro, non solo economicamente. Il lavoro definisce la nostra personalità e condiziona la nostra vita, basti pensare alla dipendenza da lavoro e alle sindromi da stress lavorativo che aumentano a dismisura. La mancanza di lavoro crea sentimenti di vuoto, malattia, depressione non solo per il problema economico che ne deriva, ma perchè si è diventati il proprio lavoro. Eppure, davanti ad una minaccia eccezionale, sembra che si sia pronti a un riorganizzare le priorità, declassando il lavoro e dedicandosi ad altro. Non merita forse questo una riflessione personale per poi trasformarla, magari, in altro? Il tempo del lavoro spesso è eccessivo, esclusivo e definisce la persona. Eppure, davanti al timore della fine del mondo, sono in pochi quelli che non hanno scelto, come prima mossa, di smettere di lavorare. Chiaramente il piacere che si prova in un lavoro, pur soddisfacente, non è paragonabile ad una vita piena ed equilibrata dove al lavoro sia dato il giusto peso. Questo significa che, molto disagio che spesso viene segnalato dalle famiglie e dalle coppie dove uno dei due lavori molto, si potrebbe evitare se si riuscisse a ridimensionare il peso che ognuno di noi da al suo lavoro in modo da avere tempo per se, per gli affetti e la loro cura, per attività anche ricreative ma non lavorative. Senza aspettare la fine del mondo.

Secondo.  Uomini e donne sono diversi. Meno male. Ma quello che mi colpisce, nella scelta uomini/sesso, donne/cibo è la molteplicità di informazioni che passano in poche righe. Diciamo innanzittutto che cibo e sesso sono entrambe forme di motivazione biologica che orientano e dirige la nostra vita. La motivazione (non solo biologica ma anche psicologica e sociale) è quanto ci spinge a realizzare determinanti azioni a discapito di altre. Tra le motivazioni biologiche abbiamo la sete, la temperatura ottimale e poi, guarda caso, il cibo ( la fame ) e l’istinto sessuale. Se la fame è legata alla sopravvivenza personale, l’altro è legato a quella della specie. Il cibo, dal canto suo, ha un forte legame con il sesso. Non solo come tranquillante in molte occasioni ( merito delle endorfine che produce), ma il mangiare suscita una sensazione di calma e piacere la cui assenza, con il digiuno, viene a tradursi in nervosismo, riducendo la predisposizione alla ricerca del sesso. Le donne, in questi decenni, sono bombardate da immagini spesso inarrivabili di bellezza femminile, per raggiungerla si privano del cibo e dei sottili piaceri che questo regala con conseguente malumore e poca predisposizione al sesso. Se poi alla fine, sono sufficientemente appagate dal modello di bellezza che volevano raggiungere immolando il loro buon umore all’altare della dieta, ecco che il modello si sposta e la sofferenza riprende, dimenticando molto della piacevole banalità della vita per inseguire un inutile feticcio di fredda perfezione. Se a questo aggiungiamo che il desiderio sessuale  nasce dal cervello, nel sistema limbico, suscettibile dell’influenza di varibiali psicologiche, ambientali, sociali etc capiremo in fretta che le donne, in questo momento, sembrano avere troppa energie spostata in altri luoghi per avere la motivazione adatta a pensare al sesso, se aggiungiamo che i Disturbi del Comportamento Alimentare ( DCA) sono più facili nelle donne giovani ( dai 15 ai 30-35 anni) e hanno un peso importante sull’attività sessuale, capiamo come, giocando alla fine del mondo, le donne si sentano più libere contornate di croissants che non in un letto a baldacchino, fosse anche con il loro divo preferito. Senza soffermarci su un problema, quello dei DCA, tanto complesso, salta agli occhi però il peso che ha, sul benessere femminile, il desiderio di piacere tramite dimagrimento ( anche in presenza di peso corretto), investendo, causa anche la poca autostima, su modelli sociali acriticamente fatti propri che portano poi alla mancanza non solo del desiderio ( come ricerca nei paesi anglossassoni di Rosen e Neumark-Sztainer del 1998, Review of options for primary prevention of eating disturbances among adolescents. Society for Adolescent Medicine ) ma anche alla possibilità di procreare e di accettare la propria immagine.

Non stupisce quindi, che, come ultimo desiderio ( o ultima trasgressione), alle donne venga fame. Fame non solo del cibo negato, ma di tutto quanto il cibo significa e da cui si sono, volutamemte, allontanate. Il cibo stesso diventa un atto sessuale di compiacimento e amore per se stesse.

Per gli uomini, invece, se pensiamo che meno di un anno fa, la riceca di Terri Fisher, psicologo della Ohio State University di Mansfield, dava per calante il desiderio sessuale maschile, forse vale la stessa cosa detta per le donne. In un momento storico di crisi anche per la mascolinità “classicamente” pensata, dove donne sempre più aggressive ( e magre) si imbattono e abbattono, uomini che si fanno piccoli piccoli e vedono la necessità di reinventarsi un nuovo modo di essere maschio, compagno, padre, l’Apocalisse potrebbe sembrare una barbara benedizione.  In fondo, la fine del mondo, libera dalla paura del giudizio e dalla colpa (tanto si muore, no?) quindi, tra il serio e il faceto, perchè non dire di voler passare gli ultimi giorni facendo il caro buon vecchio sesso? Tra l’altro, non è uno stereotipo giudicato positivo quello dell’uomo che pensa solo a “quello”?

Concludendo, la fine del mondo è una scusa per dare spazio alle priorità. Ripensiamo bene a come vogliamo morire, scopriremo magari come dovremmo vivere.

Pollicino:  Uomini e donne verso l’Apocalisse

L’Orco :   La paura del quotidiano
 
L’arma segreta :  Fare “come se” la fine del mondo arrivasse davvero
Marzia Cikada
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