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Citius!, Altius!, Fortius!* La psicologia in tempi d’Olimpiadi – Pollicino era un grande
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Citius!, Altius!, Fortius!* La psicologia in tempi d’Olimpiadi

Un uomo adirato non è adirato solo nella sua testa o nei suoi pugni, ma dappertutto; una persona che ama non ama solo con l’occhio, ma con tutto il suo essere; in breve, tutti gli organi del corpo, e il corpo stesso, sono solo forme-manifestazioni di stati mentali.

Paracelso

Negli anni venti, il commediografo francese Jean Giraudoux affermava, in una accorata difesa dello sport, che questi fosse “l’esperanto delle razze”. Un linguaggio comune che potesse creare legame, fratellanza. Oggi è il 2012, ci sono le Olimpiadi di Londra. I giochi olimpici attirano l’attenzione anche dei pigri, nonché si accaparrano i titoli principali di tutte le testate giornalistiche, qualunque altra cosa succeda. Un evento planetario, politico, nel bene e nel male. Al punto che lo sport in se diventa quasi sfondo di altro, scusa per affrontare temi neppur troppo sportivi. Ma cosa sono i giochi olimpici e cosa hanno a che fare con noi? E’ il nostro corpo legato a quello degli atleti? Lo sport rappresenta l’umanità? C’è nelle Olimpiadi spazio per la psiche o siamo solo all’inseguimento del marketing, del brand, del potere di una medaglia d’oro?  Parrebbe che la risposta sia diversa da paese a paese. In Italia, per esempio, non c’è ombra di “mental training”, nessuno psicologo riconosciuto nelle federazioni, ci si arrangi come si vuole, mentre in altri paesi come Europa del Nord, USA e Australia una cultura ben diversa accosta allo sportivo, già normalmente, lo psicologo, che curi e accompagni il lavoro sul corpo con quello sulla mente. Ma lo sport non è solo psicologia dello sport, è linguaggio metaforico universale che parla di umanità.

Seppure nasca greco, Omero nell’Odissea scriveva “..non c’è gloria maggiore per l’uomo, fino a che vive / di quella che si procura con le mani e coi piedi”, lo sport è valore universale sebbene antropologicamente vissuto in maniera differente. Eppure non a caso le Olimpiadi sono nate nella Grecia antica. Lì c’era lo spazio mentale per pensarle, un evento culturale prima che sportivo, che, con la sua cadenza quadriennale, scandiva il tempo del mondo, come un orologio che segni la trasformazione dell’umanità.

I Greci nello sport investivano in meraviglia, la stessa che permeava la loro filosofia, il gusto del bello che si manifestava nello straordinario, straordinaria forza, straordinaria volontà e mirabolanti vittorie. I giochi erano pensare sull’esistenza, l’atleta allenava il suo corpo all’armonia col pensiero. La mente era ospite gradevole del vigore del corpo e questo era ben memore dei rimandi che la parola “gioco” avesse. Sapeva di primi passi di bambino, della scoperta dell’altro, dello sperimentare le emozioni di base come l’aggressività, la competizione, l’affermazione si se stessi, crescere ad ogni sfida superata. Si parte da lì con il gioco sportivo, dall’esperienza psicomotoria propria di ogni uomo. Il buio medioevale ha poi nascosto e castigato il corpo, ma questi si è risvegliato nel Rinascimento, diventando man mano più ricco di significati e messaggi nuovi, incarnando nella parola sport un vero e proprio linguaggio specchio della società, nei suoi pregi come nelle sue brutture.

La competizione di oggi prima che socializzante, prima che educazione a se stessi assume il valore di altro, inquina se stessa e perde quanto rendeva lo sport un valore superiore, l’integrazione tra i diversi aspetti, l’armonia tra il corpo e la mente.  Il corpo, “la cosa più difficile” scriveva Heidegger, comunica la sua visione del mondo, pone nel mondo, insegna come muoversi  creando lo spazio. Il non verbale del corpo ( i gesti, i movimenti, i muscoli) parla in assenza di parole e parla del come siamo, del cosa si prova, rende impossibile il non comunicare ( Paul Watzlawick, scuola di Palo Alto).

Sport è l’istinto che trova modo di esprimere il corpo in accordo con la società, in maniera tollerata e costruttiva, è lo spazio di incontro tra emozione, cognizione, competenze psicologiche e capacità fisica in un equilibrio che compensa le carenze e fortifica conoscenza e sicurezza in se stessi. Ma se il corpo sportivo vive per essere perfezionato, spesso non si tratta più di mettersi alla prova,  ma del fare meglio in assoluto,  poco importa se questo sia causa di competizione senza regole, se allontana lo sportivo dalla cultura da cui nasce, se favorisce il proliferare di infortuni, malattie, doping. Gli atleti di oggi sono spesso fragili, lontani dalla maschera dello sportivo, manifestano forti debolezze che segnalano la perdita di quella primitiva armonia che lo stesso sport, e chi a questo educa, dovrebbe invece insegnare.

Il corpo, diventato macchina da prestazione, che perfezionata può portare allavittoria, malamente sposa la gloria celebrata da Omero. Quale gloria oggi nella mesta magia chimica del doping? Eppure la meraviglia rimane per il corpo che supera se stesso, nella magia dell’armonia di certe piccole storie, cresciute silenziosamente nel corpo e nella mente di atleti che ancora sanno giocare perché lontani dagli eccessivi investimenti dei media e dall’ossessione della prestazione.

Il nuovo senso del corpo non è alla portata di tutti, non è esperienza del corpo vissuto, non è scoperta di se attraverso lo sport. E’ spinta continua verso una prestazione migliore, all’insegna di una brand, lontano dal benessere e dall’armonia mente-corpo ma alla luce di riflettori che la intorpidiscono, focalizzando l’attenzione sul fuori, dimentichi che, se è l’esperienza del corpo a costruire la personalità, il corpo che diventa simbolo manifesto di standard e modelli culturali alienanti allontana dall’esperienza di se e,  proponendosi come unico mezzo di costruzione dell’identità e della personale sicurezza, al di fuori del quale si sconsiglia di andare, mina l’armonia in una facile discesa distruttiva.  Il corpo si maschera nella prestazione, nello stereotipo, nella perdita del valore simbolico, perde il significato essenziale di gioco, di metafora del “come se” che significa esperienza vitale di crescita e diventa un oggetto, una merce per la collettività.  Le parole di T.Bernhard (da “L’origine”, 1975) che scrivevachi è per lo sport ha le masse al suo fianco, chi è per la cultura ha le masse contro, e per questo tutti i governi sono sempre per lo sport e contro la cultura,” accentuano, con i toni provocatori dello scrittore, come lo sport ( al pari della politica) abbia perso in parte la sua valenza di esperienza umana per diventare agente omologante quasi a negare quell’esperienza personale di crescita armonica che lo sport dovrebbe rappresentare.

E’ pur curioso, però, che quello che ancora infiamma più dell’oro olimpico è la possibilità di trovare piccole storie sugli atleti, piccoli particolari, abitudini, sfaccettature capaci di strappare, alla perfezione delle prestazione, un pur risibile ma essenziale aspetto di umanità. In quegli sprazzi, in quei piccoli aneddoti, lo sport ritorna ad essere esperienza umana e i giochi olimpici ricordano la meraviglia da cui sono stati partoriti. La meraviglia che è capire, accettare e rispettare le regole del gioco, ricordandosi sempre che di gioco si tratta, un gioco che ha in se ancora quell’essenziale entusiasmo che ha mosso i muscoli dei primi sportivi, quando hanno smesso di correre per scappare da un predatore imparando a farlo per incontrare quello che potevano essere. Non macchine perfette ma armonici, imperfetti, esseri umani.

*Henri Didon, Motto olimpico, 1894

Pollicino:  Il corpo dimenticato

L’Orco :   La perdita del “come se” 
 
L’arma segreta :  Recupero della magia del gioco 
Marzia Cikada
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