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Non di solo disagio vive lo psicologo. Incredibile, ma vero. – Pollicino era un grande
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Non di solo disagio vive lo psicologo. Incredibile, ma vero.

La felicità esiste, ne ho sentito parlare.
G. Bufalino

Provate a visualizzare la parola psicologo. Cosa vedete? 

Provate, ora,  a pensare alla parola psicoterapeuta. Quali sono le prime parole che vi vengono in mente? 

In entrambi gli esercizi immagino non ci sia stato molto spazio per ampi spazi verdi, materiali leggeri, per parole come benessere, felicità, serenità. Piuttosto, con somma probabilità, ci sono stati blocchi di pietra, lettere spesse, colori profondi, parole come disagio, nevrosi, malattia, stress, sofferenza. Le parole di chi non riesce più a contenere un dolore troppo grande.

Ma se non fosse solo così?

Molto spesso, dopo alcuni incontri, mi viene detto “Saremmo propri dovuti venire prima.”  Prima di cosa? Prima che le cose diventassero così complicate. Prima che la terapia fosse “l’ultima spiaggia” dopo aver cercato soluzioni nelle chiacchiere con gli amici, nei manuali di cui sono oberati i comodini di tanti, nella riflessione solitaria o anche nella confessione con il padre spirituale. Prima. Quando tutto sommato, a ben guardare, c’era la possibilità di fermarsi e fare il punto della situazione e riprendere poi con slancio la strada, quando le dinamiche con il partner non erano così ripetitive e il rancore non era parte della conversazione, quando il bambino aveva voglia di parlare e ancora non urlare disperatamente per farsi sentire. Prima, quando, secondo gli imperanti pregiudizi della nostra cultura, NON c’era bisogno dello psicologo, quando non si era ancora a quel punto.

Ho scritto di imperanti pregiudizi della nostra cultura, proprio così. Perché molto spesso, ancora oggi, lo psicologo e lo psicoterapeuta sono ancora catalogati alla voce ” dottori dei matti” e recarsi in uno studio professionale è visto alla stregua di una resa, di un fallimento. L’immaginario collettivo individua ancora, nella persona che si reca da uno psicologo, una debolezza che va celata in società, quasi fosse, il frequentare uno psicologo una mancanza deprecabile. Chiaramente non sempre. Eppure troppo spesso. Come se lo psicoterapeuta professionista, non potesse occuparsi di nessuno che non sia ad un certo punto di sofferenza, come se prima di tale livello di disagio, in una scala da 1 a 10 diciamo almeno 8, dovesse essere compito della persona stessa trovare da solo una soluzione.

Non è propriamente così. La mia esperienza e le mie premesse, mi portano ad affermare che c’è una sola differenza tra le persone che incontrano un terapeuta in situazione di totale disagio piuttosto che di blanda sofferenza o insoddisfazione personale,ed è il tempo che ci vorrà per recuperare un livello di benessere mediamente buono per vivere serenamente la propria vita. Il lavoro del professionista può essere infatti non solo quello di trovare come fa star bene le persone,ma, guarda un pò, come farle stare meglio di quanto già non stiano.

Non solo, quindi, un avere a che fare con la patologia, con livelli di disagio forti e radicati, ma anche la possibilità di utilizzare strumenti e risorse in proprio possesso perché l’incontro terapeutico permetta all’altro di migliorare la qualità della propria vita, prima che questa sia realmente compromessa. Anzi, è addirittura ritenuto verosimile che una frequentazione dello psicoterapeuta sia possibile all’interno di un semplice progetto personale di crescita e di miglioramento della propria efficacia, come genitori, uomini,donne, lavoratori, senza esser spinti dallo spauracchio di una difficoltà o nevrosi dietro l’angolo. “Solo” per desiderio di stare ancora meglio, di vivere il più possibile in un buon livello di benessere, al lavoro come nelle relazioni personali. 

Rispetto alla psicologia del Benessere, negli ultimi anni si è fatto molto per accrescerne la visibilità, seppur resti ancora una sorta di sorpresa per molti. In particolare si è lavorato sulla Comunicazione, perché sia maggiormente efficace e quindi meno adita a stress, o su come focalizzare le proprie risorse per evitare di perdere Tempo, questo eterno compagno spesso capace di schiavizzarci tutti e di farci perdere in ampi bicchieri d’acqua. Insomma, la Psicologia del Benessere esiste, lo psicologo, rinfrancato dalla sua immagine di operatore del disagio, può lavorare insieme con i suoi clienti, anche su tematiche importanti come la comunicazione, le necessità veramente importanti per il singolo, la ridefinizione delle priorità nel quotidiano. Accompagnare per un brevissimo periodo chi ne abbia il bisogno nel riscoprire cosa è veramente importante e urgente per poter davvero dire di “stare bene”. L’obiettivo è pur sempre quello di vivere una vita appagante, se vogliamo usare un termine romantico, felice. Eppure, per costruire la propria soddisfatta felicità sarà fondamentale capire le proprie emozioni, fare ordine nelle proprie giornate senza dover attendere di stare male abbastanza da recarsi da uno psicologo. Ma del concetto di felicità non vorrei parlare in questa occasione. Soltanto, mi preme ricordare un articolo letto anni fa, dove lo studioso di psicologia sociale Daniel Gilbert, il Professor Felicità di Harvard, riportava quanto i migliori predittori della felicità fossero le relazioni umane e la quantità del tempo che si passa con le persone care a scapito di valori enfatizzati come la realizzazione professionale e il denaro accumulato ( senza voler per questo asserire che il denaro non serva in assoluto, data la società che abbiamo costruito sarebbe impossibile, ma certamente è un concetto che dovrebbe di molto essere spogliato di valore).  riteneva che la peggiore povertà fosse la solitudine affettiva, che da sola poteva portare alla peggiore delle infelicità, quella ricolma di disagio e quindi da sempre appannaggio degli psicologi. Già Layard, economista, autore di Felicità. La nuova scienza del benessere comune”  basava il suo lavoro sulla tesi principale che “dobbiamo privilegiare le relazioni piuttosto che il reddito. Oggi sappiamo che depressione, disagio mentale e solitudine sono fattori di infelicità più potenti della sola povertà.”  Ecco, la mia idea è che non solo di quel disagio vive chi ha scelto il mio mestiere, bensì di tutte le possibilità buone a cambiar qualcosa che ci sono ben prima di arrivare a star così male.

Pollicino:  Lo psicologo 
 
L’Orco :   L’ultima spiaggia
 
L’arma segreta :  La ricerca dello stare bene
Marzia Cikada
Commenti
  • Loredana Dominici

    non penso proprio che oggigiorno ci senta a disagio ad andare in terapia, anche se non risolvesse i problemi, aiuta ad ampliare le proprie vedute; il problema è quasi sempre di natura economica o di tempo.

    3 agosto 2012 at 16:51 Rispondi
    • Marzia Cikada

      Ciao Loredana, Tempo e Denaro sono variabili manipolabili. Per esempio io, oltre che nel privato sono consulente in un centro di consulenza familiare che si nutre di volontariato, benché estremamente professionale, e il Tempo saprai tu stessa quanto sia più nelle nostre mani di quanto noi stessi non si creda. Per quanto riguarda il resto sono contenta che per te non ci si senta a disagio ad andare da uno psicologo, ti posso assicurare per esperienza, che in un alcune realtà è ancora così. A maggior ragione per me è importante che la risorsa del professionista diventi una possibilità per stare meglio quando ancora non si sta poi così male, investendo prima che ci sia una cronicità nelle dinamiche che gravano poi sulla qualità della nostra vita.
      Grazie per il tuo commento, soprattutto per aver trovato il tempo di scriverlo! Buona giornata.
      MC

      4 agosto 2012 at 9:25 Rispondi
      • Loredana Dominici

        grazie per la richiesta di amicizia, sono onorata. Per essere in grado di accettare una psicoterapia, bisogna avere la volontà di apprendere, di crescere. Le persone che la temono sono spesso quelle che non hanno avuto la possibilità o la capacità di interessarsi al ‘fattore umano’. Sono stata per alcuni anni volontaria al centro d’ascolto Itaca, purtroppo conosco le dinamiche relative all’accettare l’analisi come cura, metà dell’Italia; trova il disagio mentale uno stigma, una vergogna dovere ammettere di avere questa ‘malattia’, mentre per il cancro è più facile essere compassionevoli e supportivi.

        I centri di consulenza offrono un indirizzo terapeutico, ma non un rapporto Paziente/Terapeuta continuativo ed empatico, almeno questo è quello che ho sperimentato un po’ di anni fa, magari ora le cose sono cambiate…continuo però a pensare che il lato economico faccia la differenza.

        Per scrivere il tempo lo trovo sempre. Cordialmente,
        LD

        4 agosto 2012 at 9:55 Rispondi

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