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Le Voci dei giovani Italiani e Bowlby – Pollicino era un grande
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Le Voci dei giovani Italiani e Bowlby

Evitare l’errore è un ideale meschino ; se ci confrontiamo con problemi difficili, è facile che sbaglieremo; l’importante è apprendere dai nostri errori. L’errore individuato ed eliminato costituisce il debole segnale rosso che ci permette di venire fuori dalla caverna della nostra ignoranza”.      Karl Popper
       foto                                                                                                                                                    

A Torino fino a febbraio 2012 c’è una mostra fotografica  a  Palazzo Reale che si chiama “L’Italia e gli Italiani nell’obiettivo dei fotografi Magnum.”  Le foto sono molte e ben illuminate, ci si passa in mezzo per cunicoli che le dividono per tematica, concetto, idea.  Le foto sono dei fotografi della Magnum,  famosa Agenzia fotografica che unisce gli obiettivi di professionisti internazionali interessati a creare una loro visione del mondo, delle persone, degli eventi. In questo caso, le foto sono state scattate da  9 grandi nomi come Christopher Anderson, Harry Gruyaert, Mark Power, Mikhael Subotzky, Donovan Wylie, Richard Kalvar, Bruce Gilden, Alex Majoli, Paolo Pellegrin per un totale di più di 400 immagini. Interessante.

Si percorre il percorso obbligato fino all’ultima piccola sala. La sala in realtà è un cubo. Un cubo aperto per un lato le cui pareti sono tappezzate di volti di italiani, tanti volti di giovani italiani con una età media intorno alla ventina. Primi piani, tutti molto belli, alcuni solari, altri affascinanti, insomma volti come quelli che si incontrano per strada insieme con la loro storia. Nel cubo, senza pausa, da un registratore, girano frasi dette da quei volti, intervistati per strada, al bar, magari sotto i portici o mentre compravano frutta a Porta Palazzo, il mercato della città. Sono frasi brevi che esprimono quello che quei volti pensano dell’Italia. Io dopo pochi minuti sono dovuta andare via.

Le frasi erano del tipo l’Italia è una occasione persa, una storia finita male, un brutto posto, una pattumiera da svuotare. Il tono era quasi soltanto questo, neppure di critica ma di grigia rassegnazione, come di una verità che è data, dogmatica, senza il beneficio di un dubbio, senza possibilità di riciclo, visto che si stava parlando di spazzatura, peggio, senza idea che nella grande pattumiera da svuotare, quel viso che parla, è contenuto. Quindi rifiuto, anche esso, da svuotare, buttar via. Le frasi erano laconiche, nette, l’associazione di idee veloce, nessuna speranza, siamo in Italia.

Sono uscita dalla mostra con un senso di vaga indisposizione e pesante infelicità. Pensavo, forse, che il malessere non avesse attecchito così violentemente alle radici. Nei giovani, poi, quelli che la pattumiera se la vedranno consegnare a “breve”. Ho pensato alla rassegnazione di quelle brevi sentenze e alla mancanza pressoché totale non solo di impeto, indignazione, un pensiero di trasformazione del dato sembrerebbe di fatto ma anche di potenziale creativo, di alternative, di desiderio.

I giovani. Quelli che provocano, mettono insieme, sfasciano, inventano, sbagliano, hanno paura non c’erano. In quelle foto, belle foto di volti con occhi, colori, capelli spettinati, c’era uno stridere doloroso tra la potenza e potenzialità dell’immagine e la immobile condizione della voce.  Come se crescere in anni come gli ultimi nostri, dove le cose sembravano non avere altra scelta, in queste famiglie con il digitale, i contratti precari, l’I-phone, avesse coperto di cemento armato il desiderio di quelle voci. Mi è venuto allora in mente Mastro Don Gesualdo (romanzo del 1889 del verista Giovanni Verga) che cercando la felicità sognata, andando contro il destino per crearsene uno proprio finisce con il restare impigliato nelle reti del fato che pietrifica, contro cui nessuna ribellione è possibile, nessun cambiamento attuabile e pagando in una morta dolorosa e in solitudine quel tentativo di cambiar la storia. Unica possibilità pare rassegnarsi e restare sulla barca che affonda come eroi, magari cantando e continuando a suonare fino all’ultimo momento come l‘orchestrina del Titanic.

Quale valore ha la RASSEGNAZIONE in questo contesto?

Prima di tutto dovremmo capire cosa significa tout court. Il dizionario di Italiano online Sabatini Coletti, definisce la Rassegnazione come “paziente accettazione di ciò che è ritenuto inevitabile”. Il che significa che una volta capito che non ci sono possibili alternative  a quanto accade è buona cosa accettare l’evento rendendosi conto che non c’è più altro da fare. Così, se dopo telefonate, sms e dichiarazioni la persona a cui sono interessato non accenna ad un pur velato interesse e mi porge invece l’invito al suo matrimonio, è buona cosa accettare l’evento, rassegnarsi. In questo senso, risulta condivisibile la posizione di Schopenhauer

Una buona dose di rassegnazione è di fondamentale importanza per affrontare il viaggio della vita.

Sarebbe, infatti, energeticamente poco produttivo, anzi fonte inestinguibile di stress, incanalare tutte le mie energie verso obiettivi impossibili.  Una volta capito quello che non posso, mi rassegno, accetto la realtà e utilizzo le mie forze per raggiungere un obiettivo desiderabile e possibile. Però il concetto in questione mi sembra maggiormente definibile come accettazione.

La rassegnazione delle nostre voci, indica più una sorta di chiusura difensiva, come se, sapendo di non poter cambiare niente si evita anche di utilizzare energie, che tanto non servirebbero, allo scopo. Sapendo che la meta è di gran lungi superiore alle possibilità, evito anche di tentare. Il tutto senza nessun tipo di aggressività, semplicemente proprio essendo impensabile il cambiamento, non lo penso neppure.

I giovani italiani, sembrano quindi rassegnati e senza desiderio di scoprire o creare alternative. Si mostrano evitanti, insicuri, come avesse la certezza che un richiamo di aiuto, un qualunque bisogno non verrà mai ascoltato o preso in considerazione.

Il salto allo stile di attaccamento di BOWLBY è quasi naturale.

baby-1851485_1920John Bowlby è stato uno psicoanalista britannico che, studiando il legame mamma/bambino è giunto alla teoria dell’attaccamento, quel bisogno di contatto, protezione e vicinanza che il bambino vive soprattutto nelle prime fasi della crescita e che solitamente eleggono una persona di riferimento, solitamente la madre. L’attaccamento, il modo in cui il rapporto bambino/madre di instaura e cresce,  si rifletterà per sempre nella vita di ognuno.

Patire una deprivazione, una mancanza da parte della figura di riferimento per la crescita del bambino significa sviluppare uno stile di attaccamento lesivo del suo benessere. Si tratta di bisogni fisiologici che si immettono su altri di natura diversa, come il bisogno di essere amati, desiderati, voluti e accettati. Una madre che non è in grado, per differenti motivi, di assicurare questo non rappresenta per il bambino una base sicura,  termine derivante dagli studi di Mary Ainsworth per indicare  il posto protetto da cui osservare il mondo e da cui poi partire, forte del sapersi amato e del sentirsi adatto alla vita. Sempre secondo la Ainsworth, che portò avanti gli studi sull’attaccamento filmando situazioni di stress relazionali per vedere le reazioni del bambino ( Strange Situation),  il piccolo può manifestare un attaccamento sicuro, insicuro evitante, ansioso ambivalente e disorganizzato a seconda di come si sarà sviluppata la sua relazione con la madre.

Ecco, le voci ascoltate in quel cubo, le voci dei giovani italiani che ho ascoltato, risuonavano in me al ritmo di uno stile INSICURO EVITANTE. Cosa significa? Che quelle voci sembravano come quei bambini che, non avendo avuto risposta alle richieste di aiuto fatte alle madri, anzi, magari da queste stesse abbandonati, crescono pensando di non poter far altro che rassegnarsi ad una vita senza amore, dove nessuno sarà in grado di sostenerli, con il bisogno di essere assolutamente autosufficiente emotivamente, fino a derivazioni anche patologiche. Sono bambini insicuri, che non vogliono perdersi nel mondo o esplorarlo per trovare un loro spazio, che “sanno” che verranno abbandonati, prevedono la sconfitta, evitano le relazioni temendo il rifiuto che ne potrebbe conseguire, bambini che saranno adulti tristi, avvezzi al dolore, affidabili e feriti.

Se le voci dei volti della mostra di Torino, mi hanno fatto venire in mente la rassegnazione triste dei bambini evitanti sarà forse perché al momento di diventare cittadini qualcosa non ha funzionato?

Forse che, Stato e Politica,  che dovrebbero educare i ragazzi, accoglierli e accettarli, non abbiano invece allontanato i loro stessi figli? Rifiutato la loro partecipazione alla vita del paese che abitano? Depresso i genitori con cui crescono? Evitato con loro un confronto amoroso e di cura per privilegiare un atteggiamento distaccato, fatto di negazione e chiusura che li ha resi incapaci di sperimentare, esplorare, vivere nel loro stesso paese? Rendendoli incapaci di immaginare un qualunque futuro ancora da costruire? Non è possibile che sia da questa madre poco accogliente, base insicura per eccellenza, che il giovane italiano ha imparato il ritiro, la resa, il bisogno di evitare qualunque sperimentazione di cittadinanza se non quella privata e nascosta che si esercita nelle proprie case?

Credo sia stato questo tramestio di pensieri a soffocare la mia domenica, mentre mi accompagnava a casa il sogno di vedere un giorno, in stanza di terapia, questa madre deprivante pronta a riparare il furto di futuro e, questi ragazzi, iniziare ad esplorare il mondo che abitano con coraggio e voglia di creare.

Pollicino:  Il giovane italiano
 
L’Orco :  La “madre” deprivante
 
L’arma segreta : L’investimento in un futuro pensabile
Marzia Cikada
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